Il morso del Caimano. Sconfitta in diretta del giornalismo d'inchiesta

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L’attesa era sicuramente degna delle  più combattute finali dei mondiali di calcio; o forse, volendo necessariamente utilizzare una metafora sportiva, la tensione che si respirava nella fase immediatamente precedente l’ingresso di Silvio Berlusconi nello studio di Servizio Pubblico, potrebbe essere paragonata all’inizio di un match tra campioni storici di boxe. Ma guardando attentamente lo spettacolo che è stato messo in scena il 10 gennaio dalla redazione di Michele Santoro, sembrava più che altro di assistere ad un campionato di wrestling americano. Invecchiati, ma con il viso pitturato per incutere timore, i “duellanti” sembravano infatti ballare sinuosamente l’uno accanto all’altro, schivando colpi previsti e recitando in realtà un copione precedentemente concordato. 

L’occhio attento dell’analista televisivo, ma anche quello meno scrupoloso del cittadino che da vent’anni segue da un lato il lavoro d’inchiesta dei giornalisti di Santoro e dall’altro ricorda bene la risposta autoritaria di un Berlusconi che da Sofia condanna all’esilio mediatico i suoi “delatori”, non può fare a meno di notare che sin da subito le scelte editoriali di Michele Santoro lasciano intravedere una puntata dal mancato mordente. Chi immaginava insomma una “battaglia all’ultimo sangue”, un processo mediatico all’imputato Berlusconi, una raffica di domande al vetriolo sulle origini delle sue fortune economiche, sul conflitto d’interessi, sui presunti rapporti con la mafia stragista, ha dovuto “subire” stupito una puntata sull’incoerenza delle affermazioni politiche sulla crisi e sulla passione di B. per il gentil sesso.

Seguendo un ragionamento prettamente analitico, non è azzardato affermare che Servizio Pubblico, nella serata del 10 Gennaio 2013, ha segnato il trionfo, il momento apicale di massimo compimento della trasformazione della politica in puro spettacolo pop (Mazzoleni, 2009); il modello d’informazione televisiva del political talk, affermatosi nei primi anni Novanta con Samarcanda, Il raggio verde, e successivamente, Porta a Porta ha progressivamente reso i politici parte di un infotainment, dove a prevalere sono le logiche mediali dello spettacolo piuttosto che quelle, politiche, dell’argomentazione ragionata. E, non a caso, proprio il salotto dove per eccellenza il  berlusconismo politico e l’uomo Berlusconi hanno ricevuto gli attacchi più feroci, si è trasformato nel luogo mediatico di una battaglia simbolica prima ancora che politica. Un’arena dove al centro, esposto agli attacchi di tutti, era seduto proprio l’uomo che più di tutti ha “imposto” questo modello, mettendo in risalto prima di tutto le proprie qualità fisiche e personali (Boni, 2008) su quelle propriamente politiche.

A scontrarsi infatti erano prima di tutto due visioni antitetiche di televisione, di giornalismo televisivo; quella addomesticata, che ha trovato nelle ultime settimane il suo simbolo in Barbara D'Urso, e quella adversarial, del giornalismo quarto potere, cane da guardia dell'uomo comune, estremo baluardo di una cittadinanza bistrattata dagli abusi della politica. Quello che alcuni importanti studiosi definiscono come l’approccio minoritario all’informazione televisiva dei paesi mediterranei (Hallin, Mancini, 2006), rappresentato dal Fatto di Enzo Biagi, da Report di Milena Gabanelli, dalle piazze di Riccardo Iacona e, fino ad oggi, da quelle di Michele Santoro e Marco Travaglio. Estremizzando il discorso, due mondi, due Italie, quella degli onesti e quella dei "furbi". E quest'ultima sembra aver vinto.

Da una parte del palco infatti il tribuno televisivo Santoro, sin dalle prime battute dell’editoriale, lasciava trasparire una tensione tutta umana; un nervosismo tipico della vittima che finalmente, dopo molti anni, può finalmente impugnare il coltello dalla parte del manico. Tensione che ha contagiato evidentemente anche Marco Travaglio, che ha elencato a ritmo sin troppo serrato tutte le dichiarazioni incoerenti di Berlusconi sull’Imu, con l’unico risultato di contribuire alla confusione dello spettatore, ipnotizzato dallo sguardo sornione di Berlusconi, costantemente ripreso in controcampo. Dall’altra, il comico della politica (Prospero, 2010), tutt’altro che spaventato, si aggirava da padrone nel territorio nemico; offrendo molte delle sue migliori battute, molti ammiccamenti e sorrisi rassicuranti, Silvio Berlusconi si è confermato un dominatore della scena televisiva generalista.

L’aver accettato il “compromesso storico” della sua presenza nello studio di Santoro, letto da molti analisti come segno evidente dello sgretolarsi del suo potere politico, è stato infatti utilizzato egregiamente dall’uomo mediatico per eccellenza che, lungi dall’accusare i colpi, ha recitato un copione a tratti scoppiettante.Il Caimano ha avuto modo di dare il meglio di sé: con il benestare di un Santoro quasi "in ostaggio" del suo ospite, ha parlato nelle modalità e nei tempi che più gli erano graditi, imponendo la sua volontà mediatica in ogni momento della puntata. Più che nei contenuti, noti a tutti tra l’altro, la recita della “lettera a Marco Travaglio” ha imposto il suo potere simbolico nella scelta della posizione di camera.

La concessione della “scrivania di Marco Travaglio”, unico protagonista solitamente titolato a sedersi ex catedra, ha segnato infatti il predominio dell’ex premier sulla squadra di giornalisti, formalmente padroni di casa. Da un punto di vista prossemico, la posizione del busto di Berlusconi (braccio disteso da un lato e piegato sull’altro)e l’inquadratura, ricordavano i video-messaggi del ’94, le conferenze stampa della Presidenza del Consiglio, e – ma questa forse è solo suggestione – la firma del “contratto con gli Italiani” da Bruno Vespa. Tutti luoghi familiari, sicuri, dove solitamente Berlusconi stordisce lo spettatore con i suoi interminabili monologhi.

Resta da chiedersi insomma il perché di questa scelta, il perché del “confessato” accordo tra le parti di Michele Santoro, il perché del buonismo e delle strette di mano con l’uomo che più di tutti ha assunto uno stile prevaricatorio nei confronti del giornalismo italiano.

 

di Mattia S. Gangi

 

aggiornamento: 11/01/2013, 20.00

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