Il Calendario dell'Avvento

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Per gli studiosi di politica e di comunicazione politica, ogni giorno di questo dicembre 2012 sembra nascondere, una volta aperta la finestrella corrispondente, una novità, una piccola sorpresa. Una figurina di cioccolato che può sembrare dolce o amaro, a seconda del diverso effetto che genera al contatto col palato dei diversi osservatori, ma comunque rappresenta una tappa di un percorso obbligato che ci porta verso le prossime elezioni politiche.

 

In molte di queste scene tradizionali in miniatura è presente Silvio Berlusconi, e non è una novità. Già nel 2001 (Mancini, 2003; Abruzzese, Susca, 2004) e nel 2006 (Antenore, Bruno, Laurano, 2007; Mancini, 2007) la strategia del Cavaliere era stata di scendere sul campo della televisione con largo anticipo, per tentare di imporre i tempi della campagna elettorale prossima ventura e generare una sorta di effetto saturazione rispetto alla propria persona e al proprio set di temi e promesse prima dell’inizio della soffocante normativa della par condicio. Una strategia che, oltre a regalare all’eterno candidato del centrodestra un vantaggio competitivo in termini di agenda, ha avuto l’effetto collaterale di renderlo quantomai familiare al pubblico televisivo, aumentando la capacità del berlusconismo politico di alimentare il populismo culturale per molti versi vincente nell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica (Morcellini, 2010; Panarari, 2010).

 

Prendendo come punto d’inizio della cavalcata elettoral-televisiva del Cavaliere domenica 16 dicembre, data della lunga intervista/monologo con Barbara D’Urso a Domenica Live, e come punto (per ora) finale domenica 23 dicembre, data della più burrascosa intervista/intervista con Massimo Giletti a L’Arena, è possibile fare un primo, necessariamente provvisorio e tuttavia interessante, bilancio.

I due contesti comunicativi consentono, anzitutto, di mettere ulteriormente alla prova l’ipotesi che Mazzoni (2008) riprende dalle numerose suggestioni della letteratura internazionale, da Van Zoonen a Street, da Baum a Zaller: “il telespettatore/elettore dei varietà non è poi così disinformato sulle questioni politiche. È disinformato se immaginiamo che le informazioni politiche debbano provenire solo da programmi ‘seri’. In verità, sono proprio programmi di intrattenimento come Domenica in e Buona Domenica che procurano, pur sempre con le proprie regole e logiche, al telespettatore uno svelamento e smascheramento della realtà politica quotidiana”. In secondo luogo, offrono una interessante possibilità di giustapporre due interviste che, a parità apparente di cornice interazionale, rappresentano in modo molto diverso quella struttura informativa di esplicita collaborazione tra il giornalista (che intende portare alla luce informazioni interessanti per il suo pubblico) e il politico (che ottiene un’occasione di visibilità a costo praticamente nullo) che il formato-intervista, appunto, rappresenta.

 

Nel salottino di Barbara D’Urso, la conversazione si snoda secondo un tracciato sin troppo evidentemente definito, con il risultato di deprimere da un lato le qualità mediatorie dell’intervistatrice, dall’altro – elemento su cui le cronache del giorno dopo hanno teso meno ad insistere – le capacità spettacolari dell’intervistato. il registro è quello della familiarità e dell’intimità, sottolineato in apertura dalla conduttrice che dichiara i 35 anni di frequentazione professionale con il suo intervistato e durante lo scambio comunicativo dai numerosi, e sollecitati, riferimenti personali espressi dal Cavaliere.

La nuova discesa in campo ha condizioni non solo storiche, ma anche e soprattutto psicologiche molto simili alla prima: non solo ancora una volta i famigerati “comunisti” stanno per prendere il potere, ma ancora una volta familiari e amici sconsigliano Berlusconi di votarsi nuovamente ad un’attività, quella politica, che lui personalmente disprezza, ma che sente come un dovere. A rendere le due diapositive non del tutto sovrapponibili sembra, in effetti, essere solo la mancanza di Mamma Rosa.

I “comunisti” sono quelli che hanno popolato le storie terribili che un padre salesiano raccontava al piccolo Berlusconi, ma sono anche, per giustapposizione immediata e “chiamata” dall’intervistatrice, i giudici di Milano che hanno giudicato il Cavaliere “naturalmente propenso a delinquere” (“una sentenza che grida vendetta di fronte a Dio e agli uomini”).

La funzione di Barbara D’Urso in questa narrazione-revival è assolutamente residuale. Fornisce lo spunto per questi collegamenti, virtuali eppure retoricamente fortissimi, tra le diverse facce di quel comunismo che da sempre rappresenta uno dei “cavalli di battaglia” della narrazione politica di Silvio Berlusconi. Incalza il suo ospite su un argomento del quale non ha alcun riserbo a parlare, l’IMU, la tassa che “la gente” di cui la non-conduttrice si fa paladina, non sa come pagare, e che il Cavaliere promette prontamente di eliminare qualora ottenga nuovamente la fiducia dei cittadini. Espone, in entrambi i casi, un sapere che le viene dalla lunga frequentazione con il suo ospite, o dalla vasta conoscenza di quella che lei stessa definisce la “pancia” degli italiani in quanto giornalista attenta all’attualità politica e non solo, ma di fatto non sembra far nulla per portare alla luce qualcosa di interessante per il suo pubblico. La narrazione del Cavaliere procederebbe identica anche se lei dimenticasse la battuta, si distraesse e non “attaccasse” al momento giusto, e questo a tutto detrimento del format e della performance di entrambi.

 

Ben più interessante la strategia di Giletti. Apparentemente, l’ambiente è ancor più celebratorio: l’immagine del videowall, un collage di fotografie sorridenti e vittoriose di Berlusconi, ricorda da vicino la copertina del pamphlet elettorale del 2001, Una storia italiana; la posizione rialzata dei due protagonisti rispetto al buio dello studio fornisce un’impressione di tensione drammatica, di attesa delle dichiarazioni del Cavaliere ben più marcata delle luci soffuse del salottino di Canale5.

Ma quello che sembra essere un palco d’onore si trasforma presto in una sorta di ring. Se D’Urso ha scelto di lasciar fluire liberamente i pensieri e le dichiarazioni del suo ospite, cancellandosi rispetto ad esse (Pezzini, 1999), Giletti decide di adoperare un mix convincente di micro-interruzioni finalizzate a chiedere puntualizzazioni e specifiche, a fornire una sintesi personale dei fatti, a confrontarsi in modo attivo con il suo interlocutore, da un lato; di blandizie volte a preservare a tutti i costi la tenuta del patto comunicativo, dall’altro.

Si apre sull’attualità, sulle dure parole del premier tecnico fresco di dimissioni sui danni che il Cavaliere avrebbe causato all’economia e all’immagine dell’Italia all’estero. Su sollecitazione di Massimo Franco, Berlusconi è chiamato a dar conto delle “colpe” della crisi finanziaria che ha costretto l’Italia a ricorrere ad un governo tecnico. La risposta dell’intervistato – dopo un riferimento en passant al complotto mediatico di cui il Corriere della Sera e il suo editorialista farebbero parte – è sostanzialmente un attacco all’operato di Mario Monti, ispirato nelle parole del Cavaliere unicamente ad una logica deleteriamente europeistica, finalizzata ad obbedire alle direttive degli istituti di credito internazionali e alla strategia economica tedesca. Giletti interrompe – causando una prima reprimenda del suo intervistato – ed offre una sintesi interpretativa che costringe le parole di Berlusconi nell’alveo della domanda del giornalista dei Corriere: “Lei dice: è un’operazione che arriva dalla Germania, e noi non abbiamo responsabilità come governo”. Poi, dopo aver ceduto la parola all’ospite per qualche altro minuto, “chiama” la replica di Franco, e innesca la reazione drammatizzata del Cavaliere, che si alza e si dice disposto ad andarsene.

Il copione è lo stesso dell’intervista di Lucia Annunziata nel 2006 (Ruggiero, 2007; 2011a), ma ad impedire al giocattolo di rompersi è certamente un atteggiamento molto più accomodante del conduttore – fatto di richiami al dialogo ma anche di dichiarazioni di rispetto verso le posizioni esposte dal leader del Pdl, di “lei è abituato a Barbara D’Urso dell’altra settimana” ma anche di “lei lo sa, è uno sportivo, lo sa che si deve anche fare il match”.

Ponendosi tanto prossemicamente quanto linguisticamente (in questo caso attraverso il sistema metaforico utilizzato) su un piano di rassicurazione del suo ospite, smentendo solo parzialmente tale atteggiamento con continui ed anche energici interventi di punteggiatura della conversazione, e “delegando” le domande più scottanti ad agenti esterni – Franco per le responsabilità del governo Berlusconi nella crisi economica, Mentana in una testimonianza registrata per la replica al presunto clima di disinformazione e complotto dei media in funzione antiberlusconiana, una domanda dal pubblico per la candidatura di condannati ed indagati – Giletti riesce a condurre in porto un’intervista che maggiormente risponde alla caratterizzazione formale del genere.

Al tempo stesso, il Cavaliere non manca di ricondurre ogni elemento al pacchetto narrativo ormai rodato – l’abbandono del governo nel 2011 come gesto di correttezza istituzionale, la necessità del ritorno in campo nel 2013 nonostante la congiura giudiziaria e mediale come riproposizione dell’amaro calice del 1994.

E sembra percepire – dalla permanenza nello studio di Giletti alla conferma della volontà di misurarsi ancora con l’arcinemico di sempre Santoro – la necessità di misurarsi nuovamente con le dinamiche spettacolarizzate dell’arena televisiva.

 

Nella misura in cui lo “schemino semplice semplice” presentato sia da Barbara D’Urso che da Massimo Giletti, “2001-2011: I governi Berlusconi in sintesi” richiama la “cartina delle grandi opere”, e gli scontri con i conduttori “avversari” sembrano destinati a risolversi in soluzioni drammaturgicamente efficaci, forse il percorso intrapreso in questo dicembre 2012 potrà portarci ad un’inversione di rotta nel declino della videocrazia.

 

di Christian Ruggiero