Il Tempo delle primarie: ha vinto la slow politics?

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Riflettendo a freddo sulle primarie del centrosinistra si può osservare come il dualismo tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi non si sia stato solo il confronto tra leader portatori di culture politiche differenti. A sfidarsi sono stati anche due modi divergenti, se non opposti, di concepire il rapporto tra politica e tempo. I temi emersi e le parole usate dai candidati, nell’alternanza tra momenti di aspra contrapposizione e fasi di sostanziale fair play, possono infatti essere incorniciati in un grande frame discorsivo: quello del tempo della politica.

 

Il riferimento al campo semantico del tempo era già implicito nella divaricazione “vecchi-giovani” alla base della formula provocatoria della rottamazione, brandita da Renzi nei mesi scorsi. Gli anni trascorsi in parlamento dalla vecchia guardia del Pd sono stati a lungo rimarcati come elemento utile a delegittimare un’intera generazione di dirigenti politici. L’occupazione dei posti del potere da parte di Bersani è stata poi quantificata accuratamente dal sindaco di Firenze durante il dibattito pre-ballottaggio (“tu sei stato al governo 2547 giorni in questi anni”).

 

Accanto alla frattura anagrafica c’è quella “vecchio-nuovo”, che nella storia recente della sinistra italiana ha trovato la sua declinazione nella lotta tra la modernità del nuovismo occhettian-veltroniano e l’ortodossia della tradizione post-togliattiana (Marchianò 2012; Gritti, Prospero 2000; Genga, Marchianò 2012). In una versione aggiornata di questa dialettica Renzi ha impersonato l’opzione del nuovo come valore in sé, mentre il segretario del Pd si è presentato come “usato sicuro” attingendo al repertorio argomentativo dei “luoghi dell’esistente” (Perelman, Olbrechts-Tyteca 2001, 103).

 

Vi è poi l’opposizione “passato-futuro”, da sempre al centro del genere deliberativo della retorica (Reboul 1996, 66) e della comunicazione elettorale. “Il desiderio di portare il futuro agli italiani” espresso da Renzi nel suo appello finale, denota l’investimento su una precisa strategia discorsiva. Evocare un avvenire privo di contenuti specifici equivale ad assumere il ruolo di interprete di uno “spirito romantico” catalizzatore di emozioni positive, confinando l’avversario nell’ingrato ruolo di rappresentante di un passato implicitamente negativo (“ci divide il fatto che non possiamo andare nel futuro con persone che non hanno scritto pagine di futuro”).

 

C’è, infine, la dialettica “lento-veloce”. L’enfasi sui concetti di velocità e dinamismo come condizioni indispensabili al compimento di qualsiasi trasformazione è un cliché del linguaggio politico contemporaneo (Genga 2012). L’attitudine renziana alla rapidità e all’immediatezza è ben esemplificata dallo slogan portante della sua campagna, l’avverbio “Adesso” (peraltro già usato nel 2009 da Dario Franceschini). La valorizzazione del dinamismo emerge anche nell’appello a “un’Italia in cui le persone si svegliano presto”, che ricalca quello di Nicolas Sarkozy a “la France qui se lève tôt”. Per restare in Francia, una tendenza ad un rapporto meno impulsivo con il tempo della politica pare legata allo slogan della “forza tranquilla”, usato da Mitterrand nel 1981 per la sua vincente campagna presidenziale e riciclato in campo bersaniano con altrettanta fortuna. L’aggettivo “tranquilla” rimanda a caratteristiche temperamentali che orientano l’approccio agli eventi. E in generale la parola tranquillità può essere intesa come sinonimo di lentezza, ma anche di fermezza, di una tenacia che si manifesta in azioni diluite nella lunga durata.

 

Tutto ciò considerato la vittoria di Bersani in una competizione “di parte” come le primarie è probabilmente riconducibile alla consuetudine che lega i militanti e gli elettori della parte in questione ad una visione weberiana della politica come “lento e tenace superamento di  dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso” (Weber, 1980, 121). In quest’ottica può aver pesato la rappresentazione di Renzi come “Grillo interno”, portavoce di una sensibilità relativamente “antipolitica” rispetto alla linea del Partito democratico.

 

Questa forma di “antipolitica”, etichetta polemica per un concetto controverso, si caratterizza infatti per la sua incompatibilità con il tempo normale della politica “regolato dalla lunga durata dovuta all’impossibilità di rispondere contemporaneamente a tutte le istanze e alla necessità di includerle con lentezza nell’agenda delle priorità”(Hermet 2012, 72-73). La cosiddetta antipolitica si contrappone, insomma, a qualsiasi forma di slow politics che provi a “dare tempo al tempo”. Il popolo del centrosinistra, scegliendo Bersani, sembra essersi rispecchiato nelle parole che Cérvantes fa dire al suo eroe: “Mi pare troppo amara questa medicina; sarà bene dar tempo al tempo, poiché Roma non fu fatta in un giorno” (Don Chisciotte, II volume, capitolo 71).

 

di Nicola Genga