Il Cavaliere dimezzato

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L’ascolto della lunga conferenza stampa tenuta da Silvio Berlusconi il 27 ottobre porta con sé una domanda: che fine hanno fatto i “segreti” della comunicazione berlusconiana?

Quelli che Amadori (2002) riassumeva in brevità, linearità e chiarezza, quelli che, prendendo in considerazione un testo esemplificativo del pamphlet-porfolio “Una storia italiana” riassumeva come “uno scritto breve […] che illustra chiaramente e sinteticamente un determinato argomento; [entro il quale] le frasi sono brevi […] perché è logicamente più facile capire un pensiero ‘corto’ che uno ‘lungo’; [il cui lessico] è quello che il linguista Tullio De Mauro definirebbe il vocabolario base” (ivi, p. 22)?  

Dopo aver, con un certo affanno, confermato la sua non discesa in campo per favorire l’unione dei moderati, e unito a quest’affermazione il rimpianto verso le occupazioni a cui sperava di dedicare il suo tempo (la costruzione ospedali in Sudan entro un progetto condiviso con Guido Bertolaso, la formazione dei giovani entro il contesto dell’Università della Libertà, le cure ad un Milan che sembra sentire la sua mancanza), il Cavaliere si lancia in una parte del discorso che racchiude sì gli elementi fondamentali che poi saranno oggetto di approfondimento, ma tutto si può definire meno che sintetica, lineare e chiara. 

Farò a meno di dedicare tutto questo tempo in queste tre direzioni, perché intendo dedicare la massima parte del mio tempo al mio paese, e continuare nell’opera di modernizzazione e di cambiamento con cui mi sono presentato agli italiani nel ’94. Quando è successo che una forte polemica, condotta dall’opposizione, sponsorizzata dai più grandi giornali italiani e dalle principali testate di sinistra in Europa, e non solo in Europa, ha additato il mio governo, ed anche addirittura me personalmente come causa degli alti spread di cui pativa l’Italia, io avendo anche considerato che c’era stato un preciso disegno per cambiare la maggioranza con la dipartita di un certo importante numero di eletti sotto la nostra bandiera e sotto il mio nome come Presidente del Consiglio, ho ritenuto che in quel momento fosse bene per l’Italia che si potesse dare vita a un governo tecnico, che avrebbe potuto usufruire del decreto legge come strumento normale di intervento e che avrebbe visto il decreto legge prodotto approvato in Parlamento sia dalla maggioranza che dall’opposizione. E speravo che questo governo avrebbe potuto agire utilmente per l’Italia anche con quelle riforme costituzionali che sono imprescindibili per il nostro paese. Da allora mi sono tenuto da parte, non sono intervenuto in una sola trasmissione televisiva o radiofonica, non ho rilasciato nessuna intervista a nessun giornale italiano […] Ho ritenuto di comportarmi in questa maniera, affinché anche nel mio movimento potessero venir fuori le personalità che potessero guidare il movimento nel futuro, e ho sempre con lealtà sostenuto, per quanto mi ha riguardato, l’operato del governo, con il nostro assenso, con la nostra partecipazione in Parlamento ai voti di fiducia. Credo che ora dobbiamo cambiare, che io debba in particolare cambiare.  

Ogni affermazione “gode” di un numero di due o tre incidentali prima di concludersi. Solo la climax finale rimane una costruzione lineare, come un rapido tratto di penna a chiarire l’intento di un discorso sin troppo ampio e articolato, anche per l’obsoleto format della conferenza stampa.

 

Terminata la fase della “presentazione delle prove” a carico delle accuse introdotte verso il governo Monti, le componenti “eterodosse” della sua coalizione, la rappresentazione mediatica dell’operato suo e di quello che definisce per l’intero speech un “movimento”, a sottolineare semanticamente la “ripartenza” del Pdl al di fuori della “rigida” forma partito, il primo momento di risposta alle domande dei giornalisti non sembra riuscire ad invertire la tendenza improvvisamente involutiva del linguaggio berlusconiano.

A Paolo de Luca del “Giornale Radio”, che lo interroga sulle possibilità di mantenere la fiducia al governo Monti e sulle effettive modalità del nuovo impegno politico che intende affrontare, concede due risposte degne del miglior “politichese” della cosiddetta Prima Repubblica – quello stesso linguaggio che aveva contribuito ad eliminare dall’agone del dibattito pubblico (Morcellini, 1994). 

Continuerò ad essere il Presidente del mio movimento e come tale continuerò a svolgere un lavoro insieme a tutti gli altri miei colleghi per le decisioni che insieme abbiamo assunto, come per il passato abbiamo assunto e che continueremo ad assumere.

Noi dobbiamo mettere sui piatti della bilancia da un lato il fatto che le iniziative di questo governo ci portano a una continuazione della spirale recessiva della nostra economia e il fatto che con una sfiducia al governo si avrebbe una situazione che potrebbe essere interpretata in un una certa maniera dal mondo della finanza, per esempio, e si anticiperebbe di poco la data delle elezioni. Quindi insieme ai miei colleghi nei prossimi giorni noi esamineremo questo fatto e decideremo se sia meglio togliere immediatamente la fiducia al governo oppure conservare questa fiducia, data la prossima scadenza del governo stesso e l’arrivo delle elezioni.  

Non un chiaro intendimento viene espresso, e soprattutto non un intendimento che veda come primo protagonista il Cavaliere, che preferisce celare dietro un “noi” simbolico di una nuova democrazia interna al “partito personale” le prossime mosse dell’unico eroe che fino a questo momento il centrodestra italiano della Seconda Repubblica abbia saputo generare.

 

Simile destino per le domande che Giancarla Rondinelli di Porta a Porta, incarnando a perfezione il ruolo di giornalista “collaterale” alle istanze del politico in conferenza stampa, pone sulla modernizzazione del sistema di giustizia e sulla partecipazione alle Primarie del Pdl. 

Le Primarie del Pdl sono aperte a tutti meno che al fondatore del Pdl; se io dovessi cambiare idea, cosa che non farò assolutamente, e fare qualche marcia indietro che qualche giornale ha già annunciato come sicura, è chiaro che non ci sarebbero le Primarie. Le Primarie hanno da esserci, è giusto che ci siano, e ci saranno.  

Mi sono dedicato per quasi un anno e mezzo a una riforma della giustizia durante il periodo 2001-2006 al governo, e poi mi sono dedicato per alcuni mesi ad una riforma della giustizia in questo ultimo governo. Finalmente la riforma della giustizia è andata con il disegno di legge in Parlamento; il Presidente della Camera ha ritenuto di tenerla nel cassetto per molto tempo; finalmente, a seguito della pressione dei capigruppo, questo disegno di legge è stato inviato alla Commissione Giustizia, che non ha, dopo alcuni mesi, ancora cominciato l’esame del disegno stesso perché ha ritenuto di dare vita a delle auscultazioni di tecnici della giustizia, e credo che siano diverse decine quelli che si intende di ascoltare. Quindi noi abbiamo già abbastanza chiaro che cosa si debba fare per ritornare ad una giustizia che non sia malagiustizia.

 

Che fine ha fatto dunque il “Comico della politica”? Berlusconi sembra rianimarsi solo a conferenza quasi conclusa, ritrovando al tempo stesso la sua capacità di produrre battute fulminanti e di strappare al pubblico in sala applausi a scena aperta. 

A Max Rigano di Stream.it news, che pone sul tavolo la questione della condanna Mediatrade e della possibile condanna al processo Ruby, riserva un contraddittorio ben più breve, lineare, chiaro ed entertaining. Taglia corto sull’affermazione di Craxi, riportata da Ferrara, per la quale entrare in politica sarebbe stato per lui un “esporsi troppo al sole”, commentando: “A me sembra che abbiamo la pioggia, o anche la grandine”; e chiosa sul processo Ruby con uno stratagemma narrativo in linea con la sua migliore strategia discorsiva: “Quando ero studente universitario, diedi vita a un libro in cui c’erano delle traduzioni maccheroniche di frasi e di aforismi latini […] c’era anche la frase “tot capita, tot sententiae”. Io la tradussi: tutto capita nelle sentenze. Avevo ragione”. 

A Cecilia Primerano del Tg1, che domanda come concretamente si realizzerà il suo impegno in campagna elettorale, risponde perentorio: “Sì, io riprenderò le mie dichiarazioni ed eventualmente le visite in televisione, la prego di comunicare al dottor Vespa che sono disponibile a un invito”. E a nulla valgono le proteste della giornalista, ormai in quota al telegiornale e non più al “saltto” della Prima Rete: anche dai telegiornali il Cavaliere è assente da oltre un anno; e poi, la battuta ha avuto effetto, ogni precisazione è superflua.

 

Resta da chiarire, semmai, quale dei due Cavalieri che sono andati in scena nel corso della conferenza stampa si presenterà da Vespa, e con quali effetti.

  di Christian Ruggiero