L’importanza di chiamarsi Democratico

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La presentazione della “carta degli intenti” del Partito Democratico rappresenta un inedito momento di attivazione estiva delle cronache politiche: non di scandali si parla, ma del dialogo che il leader del Pd è chiamato ad aprire a sinistra e a destra del suo partito, si tratti di trattative “dichiarate” (con Vendola) o “invocate” (più che altro giornalisticamente, con Casini).

Scorrendo il decalogo democratico, un suggerimento comunicativo prima che politico può essere avanzato nei confronti di Bersani: tenere al centro del dibattito gli argomenti che naturaliter attirano l’attenzione dei media, diritti civili e immigrati. Certo, tasse, giustizia e ruolo dell’Unione Europea sono argomenti che non possono e non devono essere aggirati. Ma la tentazione di giocare sui vecchi cavalli di battaglia delle Grosse Koalition del passato può essere forte, e il Pd che guarda alla primavera del 2013 (o all’autunno del 2012) deve saperla vincere.

Troppe battaglie sono state condotte in difesa degli impegni internazionali dell’Italia, per una tassazione giusta e per rivendicare il ruolo della giustizia come contrappeso istituzionale allo strapotere della politica per viamcommunicationis. Battaglie poco premianti in un’arena mediale che, dominata dal “senso comune” eretto a metro di giudizio universale dal berlusconismo politico e culturale (Morcellini, 2010) è stata dominata dagli slogan di sicuro appeal contro i burocrati di Bruxelles, la sinistra che mette le mani nelle tasche degli italiani e le toghe rosse.

Investire su temi più coraggiosi e innovativi significherebbe scontrarsi su un terreno accidentato, quello dei valori. Che però è stato disertato tanto a lungo, dalle forze di centrosinistra come da quelle di centrodestra, da rappresentare il setting più adatto per una campagna elettorale che voglia presentarsi come la prima del post-berlusconismo (a prescindere da chi sia il candidato premier del centrodestra). E che si pone, a livello tanto di rappresentanza politica quanto di rappresentazione mediale, come simbolo delle divisioni interne del partito e quindi nodo gordiano da sciogliere per potersi presentare come entità realmente unitaria, come blocco veramente “democratico”.

Su questo terreno, il confronto più interessante è proprio quello, ampiamente evocato dai racconti giornalistici, con il Centro. Gli auspici, in questa direzione, sembrano buoni. Lo scorso 25 luglio, seduto allo stesso tavolo con Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini per la tavola rotonda conclusiva del convegno "Italia 2013 - 10 idee per lo sviluppo", Bersani ha annunciato il diritto di cittadinanza ai figli di migranti nati in Italia come priorità per il prossimo governo. Non si può dire che abbia “fatto passare” il tema, né che abbia aperto il dibattito con i suoi compagni di tavolo, ma l’occasione scelta dal leader democratico e il muto assenso dei due terzi del mitico “Grande Centro” è di per sé un dato interessante. Che si va ad unire ad alcuni segnali di rinnovata sensibilità dell’Udc – partito che ha “per contratto” la difesa dei valori al centro del suo programma – verso i diritti civili. Il 30 luglio, ospite di KlausCondicio, Enzo Carra dichiara: “A prescindere dagli orientamenti sessuali, chiunque conviva con altre persone, non vogliamo neanche sapere con chi e perché, deve avere gli stessi diritti garantiti dai matrimoni”. A prescindere dagli aggiustamenti semantici – le parole sono importanti – un assunto non dissonante rispetto agli “intenti” democratici.

di Christian Ruggiero