
Con il crollo della fiducia nella politica come professione, e con la relativa svalutazione del concetto weberiano di distanza (1919) come qualità imprescindibile della professionalità del politico, a essersi messi in moto sono due processi paralleli.
Il primo, quello di personalizzazione della politica e di umanizzazione a tutti i così del leader, è il più evidente. Per citare il solo contesto italiano, da Craxi (Statera, 1987) in poi, e toccando l'apice con il linguaggio nuovo di Silvio Berlusconi (Morcellini, 1995), il politico ha introdotto un referente semanticamente nuovo nel suo agire, la gente.
C'è però un secondo processo, meno visibile perché fino a questo momento poco gratificato dal successo delle urne e difficilmente inseribile nella narrazione mediale, ed è il nuovo mito della società civile. Il concetto non è nuovo, rimanda alla separazione tra pubblico e privato di habermasiana memoria, ma si ammanta in questi anni di caratteri virtualmente innovativi. Se la società borghese del sedicesimo secolo intendeva costruirsi come soggetto abilitato all'uso del potere affianco se non contro le monarchie, oggi è il potere costituito a invocare la civis.
E qui sta il cortocircuito. Quando Pier Luigi Bersani, per uscire dall'impasse delle nomine per il Cda Rai, invoca l'aiuto delle associazioni, compie in effetti un atto potenzialmente rivoluzionario. Ma quando Corradino Mineo, nel corso del suo Caffè della mattina del 15 giugno, critica Enzo Carra - che aveva fatto notare la sostanziale assenza di associazioni cattoliche nella "società civile" di Bersani - invitandolo a fare a sua volta una chiamata nel suo bacino di voti e di idee, ecco che la rivoluzione scopre il suo volto di restaurazione.
Se l'obiettivo diventa segmentare la società civile in tante enclave quante sono le forze politiche, la storia diviene rapidamente meno esemplare. Rischia di apparire come un estremo tentativo dei partiti di crearsi uno scudo civile contro le frecciate dell'antipolitica. Di concludersi in un'operazione di facciata come la candidatura veltroniana dell'operaio e dell'imprenditore (Prospero, Ruggiero, 2010). E di ridimensionare drasticamente il ruolo della civis: da specchio della società a specchietto per le allodole.