L’Eliseo lava più bianco. Gli slogan delle presidenziali francesi

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Domenica 22 aprile i francesi sono chiamati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali. Sul voto pesano le incognite dell’astensione e dell’indecisione, tendenze che secondo i principali istituti di sondaggi riguarderebbero almeno un terzo dell’elettorato. Come in tutte le elezioni incerte ed equilibrate sono molti i fattori in grado di orientare il clima di opinione incidendo sulle intenzioni di voto. Tra questi c’è senz’altro lo slogan di campagna scelto da ogni candidato come chiave di lettura della propria piattaforma comunicativa.

L’utilità dello slogan in una campagna per l’elezione diretta di una carica monocratica ha a che vedere con la capacità di condensare in una formula efficace l’immagine personale, politica e performativa dei leader in lizza (Barisione, 2006). In questo senso il caso dell’accoppiata vincente Séguéla-Mitterrand resta memorabile nella storia della sloganistica elettorale (Schwartzenberg, 1980 e 2009). Allora il grande consulente sembrò fornire una conferma all’assunto americano secondo il quale Hollywood lava più bianco e si può “vendere un presidente agli elettori come si vende un detersivo ai consumatori” (Séguéla, 1985). Nel 1981, in effetti, il Partito socialista arriva all’Eliseo per la prima volta nella Quinta repubblica sull’onda dell’ormai celeberrimo “La force tranquille”, espressione ripresa da un discorso pronunciato da Léon Blum il 5 giugno ’36 dopo l’affermazione del Fronte popolare (Delporte, 2007). Per il suo riferimento all’idea rassicurante di un paese solido e radicato nelle sue tradizioni lo slogan della “forza tranquilla” continua ad essere fonte di ispirazione per gli spin doctor di ogni latitudine. E alcuni echi di quest’impostazione si possono riscontrare nelle proposte dei dieci aspiranti all’Eliseo nel 2012.

Il concetto di forza, stavolta in forma aggettivale, viene recuperato ne “La France forte” dell’incumbent Sarkozy. Attraverso una figura di personificazione il presidente in carica evoca, inoltre, il fascino di una Francia mitica, metatemporale, idilliaca, in linea con l’eredità di Charles de Gaulle. Il fondatore della Quinta repubblica viene implicitamente chiamato in causa anche dal neogollista dissidente Nicolas Dupont-Aignan (esponente di Debout la République) il cui slogan “La France libre” ricalca il nome del movimento resistenziale guidato da de Gaulle alla fine della seconda guerra mondiale. E insieme alla vox populi, lo spirito della Francia compare come polo valoriale nel messaggio veicolato dalla candidata del Front national Marine Le Pen (“La voix du peuple, l'esprit de la France”). Una propensione schiettamente consensuale affiora, poi, nello slogan del centrista François Bayrou, che con un anacoluto parla di “Un paese unito, cui niente resiste” (“Un pays uni, rien ne lui résiste”), riscoperta della “Francia unita” cara al Mitterrand dell’88.

Sul cambiamento, altro grande classico della retorica elettorale, puntano due candidati appartenenti all’area politica della sinistra. Il socialista François Hollande declina il concetto nel lapidario “Le changement, c'est maintenant” (“Il cambiamento è adesso”). Oltre al cliché del nuovo come valore in sé, tipico del cosiddetto “spirito romantico” (Perelman, Olbrechts-Tyteca, 2001, 101-103) si coglie un richiamo intertestuale al titolo del volume mitterrandiano Ici et maintenant black;background:white"> (“Qui e ora”). Con il motto “L’ecologie. Le vrai changement”, la candidata designata dai Verdi di Europe Écologie, Eva Joly, dà viceversa una connotazione di valore esplicita al cambiamento collegando il qualificativo “vero” alla funzione innovativa delle politiche ecologiste. Jean-Luc Mélenchon, esponente del Front de gauche socialista e postcomunista, si rivolge invece all’elettorato con l’imperativo “Prenez le pouvoir” (“Prendete il potere”), che oltre a stabilire un legame allocutivo “io-voi” con la propria constituency sembra alludere alla presa di un “palazzo d’inverno” dei nostri giorni.

Riferimenti avversariali e identitari caratterizzano ancor più marcatamente gli slogan dei due candidati di ispirazione trozkysta. Nathalie Arthaud (Lotta operaia) rivendica la propria differenza, di genere e di cultura politica, ricordando di essere “Une candidate communiste à l’élection présidentielle”. Philippe Poutou (Nuovo partito anticapitalista) nel sostenere che spetta ai capitalisti “pagare per la loro crisi” (“Aux capitalistes de payer leur crise”) enfatizza la distinzione di classe “noi-loro” e attribuisce una precisa imputazione di responsabilità che riporta alla mente il manifesto “Anche i ricchi piangano” realizzato da Rifondazione comunista per la Finanziaria 2007.

A una forma di integrale protesta antisistema sembra, infine, improntato l’auspicio di “Un monde sans la City ni Wall Street”, espresso dal candidato “cospirazionista” Jacques Cheminade, che per ellissi insiste sulla minaccia costituita dal complotto dell’establishment finanziario.

In conclusione, gli slogan forniscono ai candidati l’occasione di una presa di contatto, per quanto impressionistica, con gli elettori. Malgrado questi e altri prodotti dello spin doctoring siano importanti strumenti di persuasione, non è tuttavia scontato che risultino armi decisive. Come disse una volta Anatole France, intellettuale impegnato e accademico di Francia all’epoca della Terza repubblica, anche se i generali si rivelano incapaci la battaglia alla fine ha comunque un vincitore. Fuor di metafora e riferendosi all’oggi, si può prevedere che chi vincerà sarà ritenuto un asso della comunicazione. Sarà la conquista dell’Eliseo a consegnare, ex post, la patente di miglior comunicatore. Chi perderà, al contrario, finirà nel dimenticatoio a prescindere dall’abilità propagandistica del proprio staff. Spesso, infatti, le sconfitte faticano a trovare dei padri. Pochi, ad esempio, ricordano chi fu il regista della campagna più rovinosa nella storia della sinistra francese. Nel 2002 Jospin fu estromesso dal ballottaggio contro ogni pronostico della vigilia. Il suo slogan era il non entusiasmante présider autrement (“presiedere diversamente”). Il suo spin doctor si chiamava Jacques Séguéla.

di Nicola Genga