I peccati di Di Pietro

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Durante la giornata del 10 novembre, i siti dei principali quotidiani italiani, accanto alla notizia della nomina a senatore a vita di Mario Monti, hanno evidenziato l’avversione / il “no” ad un suo eventuale governo da parte dell’Idv e di Antonio Di Pietro. Lo stesso si ritrova, naturalmente, all’interno del giorno successivo.

Questa notizia è stata rappresentata miranti attraverso due diverse strategie narrative, miranti entrambe a rappresentare in maniera negativa la scelta del leader molisano.

Nella prima è stato enfatizzato il carattere omofobo di una dichiarazione rilasciata in una diretta telefonica su Canale 5: “Pd e Pdl sono come due maschi nella camera da letto: non possono avere figli”. Nella seconda, sulla quale ha insistito maggiormente il sito de la Repubblica, si è gridato all’ “ira dei militanti” che “si scatena sul web”. Ma si tratta davvero dei militanti? Difficile affermarlo anche perché sul web chiunque può dire quello che vuole. In alcuni articoli si pone questo dubbio ma nei titoli è assente. Come mai? È evidente che si tratta di una scelta editoriale, infatti la candidatura di Monti è sostenuta dai principali quotidiani e dai gruppi economico-editoriali di riferimento, per questo chi osa opporsi paga dazio. Va detto che Di Pietro non è contrario per ragioni istituzionali ma unicamente perché teme che in futuro, magari con una legge elettorale diversa, possa perdere il suo potenziale di ricatto che ora ha col Pd e dunque preferisce votare subito. Ma ciò non cambia la sostanza.

Le fasi di crisi e transizione del sistema politico dovrebbero essere governate dalla politica e dai partiti. In genere, quando non ciò non accade, subentrano i militari. In Italia, invece, queste fasi sono caratterizzare dall’emergere di figure di tipo tecnocratico e “mediacratico” (per esempio i giornali-partito).

Appunto i media, i giornali in questo caso, fanno politica in prima persona, provando a far passare le proprie scelte come quelle che vuole la gente. Per questo si celebra, in una dinamica populista, l’indefinibile e indeterminabile popolo del web.

Se guardiamo con attenzione, però, non si tratta di una novità. Il popolo del web, infatti, altro non è che la versione postmoderna del “popolo dei fax”, ossia l’ideologia dell’opinione pubblica usata in funzione antipolitica, che nei primi anni novanta venne contrapposto ai partiti.

Allora si promisero le magnifiche sorti e progressive dei governi tecnici e della democrazia senza partiti e, invece, ci sono toccati i diciassette anni appena conclusi. Forse.

di Francesco Marchianò