Tutto il resto è noia

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 “Che noia i talk di approfondimento”, lamenta Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 22 gennaio. Tra le ragioni addotte dal celebre critico televisivo, tuttavia, almeno una merita di essere in parte smentita.

  Argomenta anzitutto Grasso che “non si approfondisce mai nulla, si assiste solo a uno scontro di opinioni, non c’è mai una crescita narrativa che permetta allo spettatore di farsi una convinzione”. Verissimo. Quel giornalismo che “da anni ha codificato la narrazione della politica sulla sua capacità di generare contrasti” (Morcellini, 2009, p. 17) ha inevitabilmente rovesciato la sua funzione di accorciamento delle distanze tra la politica e i cittadini. Ha allargato quello che è ormai un fossato comunicativo tra elettori ed eletti, concentrandosi sulla denuncia di scandali e privilegi di casta, dedicandosi all’opinione e al commento (interpretazioni benevola), o alla chiacchiera (interpretazione malevola) piuttosto che a quel “giornalismo difficile”, in grado di andare in profondità sui fatti e ampliare il bagaglio di conoscenza del pubblico attraverso lo strumento dell’inchiesta (Roidi, 2011).

Non solo: con il tempo, salotti e arene del teledibattito pubblico hanno perso anche la capacità di narrare la politica. Il Vespa che nel 2001 trasforma il suo studio in quello di un notaio per la firma del Contratto con gli italiani contribuisce alla costruzione dell’immaginario politico in misura ben maggiore del Vespa che nel 2008 si fa “spalla” di Berlusconi per sentirne “l’odore di santità” (Prospero, Tani, 2010; Ruggiero, 2011). E le cronache più recenti, centrate sulle serate ad Arcore, sui costumi sessuali del Presidente del Consiglio e sulle ripercussioni delle sue “notti brave” sulla reputazione del paese e sull’operato del Cavaliere stesso in quanto uomo di governo, dimostrano come le fila del racconto siano sfuggite di mano anche a quello che sembrava il narratore per eccellenza della politica italiana (Giansante, 2010).

Le discussioni che animano i nostri programmi di approfondimento, prosegue Grasso, “sono messe cantate dove il conduttore … diventa una specie di sacerdote, di guru … capace di mettere sulla bilancia il suo gruzzolo di fedeli”. È certamente vero che uno degli effetti del processo di personalizzazione della professione giornalistica che ha caratterizzato la nostra “terza era della comunicazione politica” (Blumler, Kavanagh 1999) è consistito nella restaurazione della legittimità di un rapporto privilegiato tra giornalista e potere politico, e nella conseguente estremizzazione della funzione sacerdotale del primo (Ruggiero, 2010). Ma in quella che talvolta appare come una “zona grigia” tra il cerimonioso salotto di Vespa e l’agitata arena di Santoro, qualcosa si muove.

Il 2011 ha portato almeno due momenti di grande interesse per la rivendicazione del ruolo di mediattore svolto da Giovanni Floris all’interno di Ballarò.

L’11 gennaio è ospite il Ministro Maristella Gelmini, che per dar conto della giustezza della sua opera di riforma dell’Università ricorre a quello che è ormai un luogo comune fin troppo sfruttato nel dibattito dei media e della politica, il necessario taglio dei corsi di laurea “inutili” in Scienze della Comunicazione a fronte della necessità di “dare peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale”. Floris attraversa il corridoio che divide le due file di poltrone, per essere a distanza interlocutoria con il Ministro. Borbotta una iniziale rimostranza (“Scienze della Comunicazione viene classificata come amenità su Google?”), viene ripreso dalla Gelmini (“diciamo che non aiuta a trovare lavoro”), insiste ancora: “dipende da come la si fa”. Caratteristica dei luoghi comuni è la non necessità di esplicitare i motivi che sottostanno alla loro formulazione e la non opportunità di metterne in discussione il contenuto; che Floris imposti il suo piccolo scontro dialettico con un’ospite, perdipiù “istituzionale”, è un segno di rottura del cerimoniale.

Ben più coraggiosa è la scelta, il 18 gennaio, di non “passare” la telefonata di Silvio Berlusconi. Il Premier non è nuovo all’inserimento telefonico nel dibattito di Ballarò, e nelle ultime incursioni la rottura delle regole conversazionali è stata sempre più evidente: il 27 ottobre 2009 il Premier chiama in chiusura di trasmissione, per inveire contro i processi, giuridici e mediatici, fuori tempo rispetto alla possibilità di innescare un dibattito; il 1° giugno 2010, attacca ancora una volta la presunta faziosità della trasmissione, insulta uno degli ospiti, Rosy Bindi, e attacca il telefono. A fronte di forme così estreme di rottura del patto comunicativo, Floris decide quindi di non offrire ancora il suo palcoscenico mediale al Cavaliere, contravvenendo a quella regola non scritta per cui un intervento, pur se telefonico, del Presidente del Consiglio in carica è di per sé una notizia, e il giornalista che la riceve ha l’onere di trasmetterla e l’onore di averne l’esclusiva. Con la consueta ironia, il conduttore commenta: “Noi l’avevamo invitato, dopo l’ultima esperienza l’aspettiamo molto volentieri, martedì prossimo in studio”. Un sermone stonato nella “messa cantata” dell’informazione italiana. Una rivendicazione di autonomia per quello che dovrebbe essere il tempio in cui la messa viene celebrata.

di Christian Ruggiero