Una crisi di sistema

Immagine principale: 
Un primo dato che va rimarcato nel voto di marzo è di carattere sistemico. Le regionali hanno visto la caduta drastica della partecipazione elettorale. Gli astensionisti, con il 36 per cento, sono diventati il primo partito italiano. Se ad essi si aggiungono anche le schede nulle e bianche si sfiora il 40 per cento di soggetti che si sentono estranei rispetto alle forme assunte dall’agire politico nei tempi del bipolarismo meccanico.

Una catastrofe sotto il profilo politico-culturale amplificata dalla esistenza di condizioni (federalismo, elezione diretta del governatore) che sulla carta avrebbero dovuto rendere più pesante la scelta dell’elettore e dunque incentivare la partecipazione elettorale ad un evento altamente simbolico come quello della incoronazione di un “governatore”.

Se si aggiunge che la caduta della partecipazione, precipitata al suo minimo storico, si è registrata proprio in occasione di elezioni regionali, se ne ricava che la retorica del federalismo non suscita grandi entusiasmi. Per un singolare paradosso, il voto che premia più di ogni altro il partito federalista per eccellenza, la Lega, convive con un clima di disincanto e di aperta sfiducia verso gli assetti federali assunti dalla politica. Neanche la congiunzione di un elemento carismatico (elezione diretta del decisore) e di una componente rappresentativo-territoriale (la competizione interpartitica per la preferenza elettorale) ha fornito stimoli adeguati per accrescere la volontà di voto.

Le consultazioni regionali sono di difficile catalogazione. Esse sono caratterizzate da un bipolarismo frammentato che rende ardua la comparazione dei dati. Il bipolarismo non esce affatto rafforzato da questa tornata elettorale (i 4 partiti che nel 2008 avevano raccolto intorno al 90 per cento dei consensi ora si aggiudicano il 72 per cento e i due più grandi partiti che avevano racimolato insieme il 70,6 per cento appena due anni fa ora si attestano, senza le liste civiche, al 52,6 per cento). Ma questo sgretolamento della quadriglia bipolare, e anche dell’assetto bipartitico tentato nel 2008 (sorretto dal voto utile), è collegato al fatto che nella specifica prova delle regionali l’elemento aggregante (elezione della carica monocratica al governo delle regioni) convive con la variante disarticolante (proliferazione di liste civiche, cartelli locali).

Perciò i due più grandi partiti (che pagano di più per l’allestimento di liste civiche fiancheggiatrici, per la mancanza della coazione al voto strategico) scontano una fisiologica contrazione dei loro consensi. Il loro ruolo è più quello di promuovere alleanze che quello di raccogliere voti in proprio e dunque una valutazione della loro effettiva consistenza è ardua. Il Pdl che ha perso per strada oltre due milioni di voti celebra però legittimamente la vittoria perché le sue alleanze hanno garantito la conquista di importanti regioni. La Lega ha conquistato le pagine dei quotidiani per un miracoloso sfondamento. Se però al posto dell’indicazione percentuale (ingannevole quando si contrae così massicciamente l’universo dei votanti) ci si avvale del dato numerico reale, la marcia spedita della Lega appare molto più contenuta. L’avanzata è sicuramente consistente rispetto alle regionali del 2005 (oggi ha più di 1 milione e 300 mila voti di allora), ma quel dato è da considerarsi ormai troppo remoto per fornire ragguagli significativi. Ci sono state altre e più recenti votazioni che hanno registrato il reale dato di partenza del movimento leghista.

Nelle europee del 2009 nell’intero paese la Lega ha riscosso 3.126.633 voti. Nelle politiche del 2008 i voti del carroccio erano 3024522. Rispetto alle elezioni politiche di due anni fa la Lega con i suoi 2.750.000 consensi perde terreno. Perde dunque anche la Lega, anch’essa (almeno marginalmente) colpita dalla marea astensionista.

Il fatto è che la Lega, in quanto soggetto a più solida base territoriale, e a più forte spirito di appartenenza identitaria, mostra una migliore attitudine a mobilitare il proprio esercito di supporto. Ciò consente di attutire i colpi della disaffezione e di tramutare il mantenimento o la solo parziale erosione dei voti in inarrestabili sensazioni di trionfi. Quando i partecipanti al voto diminuiscono così sensibilmente, chi riesce a mobilitare le proprie aree di consenso appare come il sicuro vincitore.

Si è parlato di una penetrazione delle camicie verdi nelle zone della subcultura rossa. Nelle aree rosse la penetrazione leghista già c’è stata, ora si è solo consolidata. Non è più un dato episodico. Ma questo non significa che si sia verificata una straordinaria cavalcata di novelli conquistatori. In Emilia Romagna alle politiche la Lega aveva 217823 voti, alle regionali di marzo ne ha raccolti 288601. Aumenta di 70 mila voti pescando soprattutto sull’abbandono del Pdl da parte di 300 mila elettori rispetto alle politiche (rispetto alle Europee del 2009 il Pdl arretra 120 mila preferenze). Già nelle Europee del 2009 la Lega aveva però mietuto 279608 voti (11,1 per cento). L’incremento registrato a marzo è di appena 9 mila consensi. Non si è verificata una espansione significativa della Lega oltre il perimetro della coalizione di appartenenza. La destra aveva 1.019.805 voti, 806709 voti ne ha oggi. Una contrazione di 200 mila voti.

In Toscana la Lega ha riportato 98523 voti ne aveva 48305 nelle politiche e 89920 alle europee dello scorso anno. L’incremento dal 4,3 per cento delle europee al 6,4 è dovuto all’astensionismo. In Umbria ha raccolto 17887 voti ne aveva 9408 due anni fa. In Umbria la Lega registra un incremento di ben 8 mila consensi rispetto alle politiche, ma subisce una piccola battuta d’arresto rispetto al 2009 (500 voti in meno).Nelle Marche il carroccio aveva 21566 voti nel 2008 e ne ha ottenuto 45725 nel 2010. Nell’intermezzo tra le due prove elettorali ci sono state le europee che hanno visto la Lega al 5,5 per cento con 48455 voti. Rispetto allo scorso anno dunque la Lega perde 3 mila voti.

Nella circoscrizione dell’Italia centrale all’europee dello scorso anno la Lega si aggiudicava 166866 voti. Oggi ne ha raccolti solo 142135. Più articolato il discorso sul terreno del confronto infracoalizionale. In Piemonte il Pdl mantiene il primato sulla Lega ma il divario che lo scarso anno era di 400 mila voti oggi si riduce a poco più di 150 mila. In Lombardia il distacco tra Pdl e Lega era alle europee di 600 mila suffragi, oggi è sceso a 230 mila. In Veneto il Pdl era avanti di circa 30 mila consensi, oggi sopravanza il Pdl di 230 mila voti. La perdita del Piemonte da parte della sinistra per una manciata di voti, piuttosto che la penetrazione delle camicie verdi nell’Italia rossa, è il dato analitico più rilevante.

Ancora più importante, da un punto di vista sistemico, è che mentre matura l’asse preferenziale Pdl-Lega come un potere dominante nel medio periodo (al punto da scatenare la rivolta di Fini), il centro-sinistra perde quasi tutte le regioni del sud. Ad una destra sempre più territorializzata (per contributo decisivo della Lega), corrisponde una sinistra che, perdendo il sud, fallisce nel tentativo di presentarsi come la più credibile forza di coesione nazionale. Forse dal voto emerge una potenziale crisi di sistema: con l’attuale bipolarismo entra in fibrillazione l’unità della nazione. Le residuali forze non populistiche e con responsabilità nazionale dovrebbero promuovere una alternativa di sistema politico (con una proporzionale che scongeli l’attuale camicia di forza del bipolarismo leaderistico) prima che l’onda anomala travolga tutto l’esistente.

di Michele Prospero