Il Sarkoberlusconismo tra neotelevisione e neopolitica

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“La comunicazione sta all’azione come l’aviazione sta alla fanteria. L’aviazione deve passare affinché la fanteria possa uscire allo scoperto. Solo quando la battaglia della comunicazione è vinta si può cominciare ad agire”.
Dietro questo proclama tra von Clausewitz e politica pop potrebbe celarsi un Silvio Berlusconi d’annata. A parlare, invece, è Nicolas Sarkozy, due anni prima di insediarsi all’Eliseo. Lo ricorda Pierre Musso nell’appena uscito Télé-politique. Le sarkoberlusconisme à l’écran (L’Aube, 2009), un excursus denso e puntuale su 50 anni di convivenza televisione-politica in Francia ed Italia.
Il teorico del sarkoberlusconismo prende spunto dalla recente riforma della televisione pubblica francese per elaborare un’analisi comparata delle interconnessioni tra sistema radiotelevisivo e potere politico, al di qua e al di là delle Alpi. La riforma, fortemente voluta da Sarkozy e varata nel marzo scorso, prevede la soppressione della pubblicità sulle reti di France Television, l’attribuzione al governo del potere di nominarne i dirigenti e il ripristino, d’imperio, della prima serata alle 20:35. In altre parole prefigura una restaurazione della paleotelevisione descritta da Umberto Eco, favorendo un dualismo tra la tv pedagogica dello Stato educatore e quella di intrattenimento garantita dall’emittenza privata, che lo Stato imprenditore si impegna a sostenere nella competizione internazionale.
Nel sottolineare l’importanza strategica del tubo catodico l’autore non intende però accreditare un’interpretazione apocalittica del fenomeno. Non è la televisione a garantire la conquista e il consolidamento del potere, ma è il politico che diventa “l’audiovisuel continué par d’autres moyens”.
Il sarkoberlusconismo trova dunque un corrispettivo simbolico nella télé-politique. Se sarkozysmo e berlusconismo mescolano americanismo, cattolicesimo e conservatorismo in salsa mediterranea, anche tv e politica si compenetrano in uno scambio alimentato da reciproche convenienze. Rievocando il “partito della televisione” di Novelli, Musso osserva come la neotelevisione colonizzi la politica, esportandovi la sua testualità liquida ed emozionale, e come, a sua volta, la politica lasci il segno sull’etere modificandone l’assetto.
Viviamo, secondo il filosofo francese, nell’epoca del policytainment (policy + entertainment), caratterizzata dalla condivisione di linguaggi, ad esempio lo storytelling, di formati, il talkshow, e di valori, in primis le tre C “consumo, compassione e competizione”.  Non più la riduzione della politica a show, come vuole la vulgata del politainment, ma una policy dell’immaginario grazie alla quale la politica adotta la grammatica della neotelevisione per rinnovarsi e, al tempo stesso, deregolamenta il sistema radiotelevisivo per estendere la sfera neotelevisiva a cui attingere. Resta aperta l’eterna questione: un’altra politica è, ormai, possibile?

di Nicola Genga
(dottorando di ricerca in Linguaggi politici e comunicazione. Storia Geografia e Istituzioni nel Dipartimento Sociologia e Comunicazione della Sapienza Università di Roma)