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Le campagne elettorali al tempo della networked politics

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Le campagne elettorali non sono solo il contesto, ma anche l’oggetto di ricerca forse più interessante nel campo della comunicazione politica. È da questo presupposto che parte il libro di Cristopher Cepernich, “Le campagne elettorali al tempo della networked politics” (Laterza, 2017), attorno al quale s’è discusso oggi pomeriggio al Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza.


L’accerchiamento del Pd ai ballottaggi: sarà Cagliari o Milano la nuova capitale della sinistra?

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Ancora 48 ore e conosceremo i nomi dei nuovi sindaci di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste e di altri venti capoluoghi di provincia. E’ una partita molto difficile per il Pd del premier-segretario Matteo Renzi, che dopo il risultato non brillante del primo turno ha annunciato l’intenzione di voler mettere mano profondamente ad un partito sempre più lacerato dalle divisioni interne – ultimo il “caso D’Alema”, anche se l’ex leader ha smentito il suo presunto


Note sul dominio del registro pop nella telepolitica italiana

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Mentre scorrono placide le ore di un week end che non offre grandi spunti al dibattito politico-televisivo, c’è finalmente la possibilità di riflettere su ciò che è accaduto una settimana fa, sulla presenza dei due Mattei nazionali in due delle trasmissioni maggiormente popdella tv italiana: Salvini a C’è posta per te  sabato 5 marzo e Renzi a Domenica Live domenica 6 marzo. In due soli giorni, l’occasione imperdibile di riflettere sullo stato attuale della pop politics (Mazzoleni, Sfardini, 2009), e alle sue declinazioni, in parte inaspettate.


Non appari mai

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Tu non sei, non sei più in grado
neanche di dire SE!
quello che hai in testa l'hai pensato te!
Qui non sei, non sei NESSUNO
qui non si esiste più
se non si appare mai in TI VU!
(Vasco Rossi, Non appari mai, in Gli Spari Sopra - 1993)

 

 


La Seconda Repubblica è morta, viva la Seconda Repubblica

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Il dibattito suscitato dalle parole di Matteo Renzi al Meeting di Comunione e Liberazione lo scorso 25 agosto ha almeno due grandi colpe, che dicono molto dell’Italia che dovrebbe finalmente aver trovato la forza di ripartire.

 

La più evidente è la guerra dei numeri. Massimo D’Alema dal palco della Festa del Pd a Milano si chiede “perché dal 41 per cento a oggi i sondaggi ci danno al 30 per cento: qualcosa è successo, e ci siamo persi per strada 2 milioni di elettori”. Luca Lotti replica che “il Pd nelle ultime elezioni nazionali ha preso nel 2013 il 25.2 per cento con la guida di Pier Luigi Bersani e nel 2014 il 40.8 per cento con la guida di Matteo Renzi”.


Il ritorno del Rottamatore

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L’apparato non c’è più, crollano le roccaforti rosse. Renzi è ancora leader, ma se vuole rimanere premier deve ricominciare a “rottamare”


Regionali 2015, hanno vinto tutti?

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Nella “prima Repubblica”, ai tempi del sistema proporzionale puro senza sbarramento, era consuetudine che nel lungo lunedì post-elettorale tutti i segretari di partito si dichiarassero soddisfatti e si proclamassero vincitori. Nella “seconda Repubblica”, basata su sistemi elettorali diversi ma comunque maggioritari, ciò non è più stato possibile, dato che è poco credibile cantare vittoria quando il sindaco o il presidente eletto appartiene allo schieramento avversario. Eppure, in questa insolita nuova fase di transizione, lunedì scorso tutti i leader di partito – ad eccezione dei popolari di Alfano e Casini – si sono sorprendentemente detti soddisfatti del risultato del voto nelle sette Regioni.


L’estetica dell’irresponsabilità

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Affluenza che cala, astensione che cresce. Sta in questo “elemento secondario”, come lo definì Renzi un anno fa, la tendenza macroscopica del ciclo elettorale cominciato nel 2013. La partecipazione al voto è passata dal 75% delle Politiche al 58,7% delle Europee 2014, fino a toccare una media del 52% in queste Regionali. Nelle stesse regioni, cinque anni fa, l’affluenza media era stata del 63%.


Una guerra di posizione è ancora possibile?

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Su MediaPeriscope, il nuovo magazine del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, una riflessione su che storia racconta la cronaca dei media italiani dell’incontro tra Matteo Renzi e Barack Obama.


Mattarellum, Mattarella

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Le sue origini democristiane e siciliane, la sua riservatezza negli anni e il suo understate nei primi atti da Presidente, la tragica morte del fratello e l’ombra della Mafia. Questi gli elementi ricorrenti nella descrizione del dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. 

 

Meno citato il termine che politicamente può essere considerato il più associato al suo nome: mattarellum. Così Giovanni Sartori battezza le leggi di riforma elettorale in senso maggioritario che portano il nome di Sergio Mattarella, in vigore nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001.


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