La Seconda Repubblica è morta, viva la Seconda Repubblica

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Il dibattito suscitato dalle parole di Matteo Renzi al Meeting di Comunione e Liberazione lo scorso 25 agosto ha almeno due grandi colpe, che dicono molto dell’Italia che dovrebbe finalmente aver trovato la forza di ripartire.

 

La più evidente è la guerra dei numeri. Massimo D’Alema dal palco della Festa del Pd a Milano si chiede “perché dal 41 per cento a oggi i sondaggi ci danno al 30 per cento: qualcosa è successo, e ci siamo persi per strada 2 milioni di elettori”. Luca Lotti replica che “il Pd nelle ultime elezioni nazionali ha preso nel 2013 il 25.2 per cento con la guida di Pier Luigi Bersani e nel 2014 il 40.8 per cento con la guida di Matteo Renzi”.

A ben guardare, entrambi i ragionamenti si poggiano su una logica del post hoc, ergo propter hoc a dir poco malferma.

D’Alema accetta implicitamente che il 40,8% ottenuto dal Pd di Renzi alle ultime elezioni europee rappresenti un dato di effettivo radicamento del partito nella società, allineandosi imprevedibilmente con quanti dimenticano che si tratta delle prime elezioni nazionali in cui in Italia i votanti sono scesi sotto il 60% (Istituto Cattaneo, 2014). Poi lega tale risultato a recenti dati di sondaggio, che possono forse vantare una rappresentatività virtuale maggiore del dato precedente, ma patiscono distorsioni (Pitrone, 2012) tali da garantire scarsa affidabilità anche in una comparazione “omogenea”. E questa ad ogni modo non lo è, trattandosi da un lato di risultati elettorali e dall’altro di fiducia nell’operato di un governo che neppure è il frutto di quelle elezioni.

A sua volta, Lotti ribadisce la crescita del Partito Democratico dall’era Bersani alla stagione di Renzi, armandosi di quello che da un anno a questa parte è un mantra dei sostenitori dell’attuale Presidente del Consiglio, ma che, pur paragonando due contesti elettorali nazioni, si basa pur sempre su bacini elettorali e contesti politici alquanto differenti, e su una semplificazione nella lettura dei flussi elettorali (chi ha vinto e chi ha perso, da dove vengono i voti di chi ha vinto e dove sono andati a finire i voti di chi ha perso) pericolosamente netta e rassicurante. Non solo: di fatto non risponde a D’Alema, perché non fa riferimento al bacino di voti su cui virtualmente il Pd potrebbe contare oggi, nell’estate del 2015.

 

Ma la più macroscopica è la permanente convinzione che tutti gli elementi politici e sociali che stanno sotto l’etichetta “Seconda Repubblica” possano essere magicamente sussunti in una sola figura, e che tagliata ogni testa di quest’Idra si possa porre rimedio ad ogni guasto dell’Italia.

"L'Italia in questi 20 anni ha trasformato la Seconda Repubblica in una rissa permanente ideologica che ha smarrito il bene comune e mentre il mondo correva l'Italia è rimasta ferma impantanata in sterili discussioni interne". La pur condivisibile affermazione di Renzi si inserisce in un format che rivendica un taglio netto con la politica del passato per garantire il rilancio delle sorti dell’Italia – e quindi una “replica” come quella di D’Alema si giustifica non tanto per la difesa del già fatto quanto per il rifiuto di essere considerato inabile a gestire la politica del futuro. Ma di gran lunga più preoccupanti sono risposte come quella di Mario Lavia, che consegna a “l’Unità” del 28 agosto un pezzo dal titolo “Il travaglio di Travaglio per quel ventennio ormai alle spalle”. Sostiene Lavia: “Certo che Berlusconi Silvio c’è, certo che la destra c’è. Ma non sono più quelli che abbiamo visto, rampanti e vincenti, dopo il 1994, fino alla caduta. Non c’è più l’ossessione di Berlusconi, perché non c’è più la sua egemonia, la sua forza nella società ancor prima che nella politica. Tanto è vero che l’antiberlusconismo, cioè l’ideologia subalterna a Berlusconi, non esiste più, e infatti oggi Travaglio ha bisogno dell’antirenzismo come continuazione dell’antiberlusconismo con altri mezzi senza peraltro riuscire a suscitare nuovi girotondi. La Seconda Repubblica è finita”.

Al di là dell’oggetto diretto di questo attacco, Marco Travaglio e quel “certo antiberlusconismo nevrotico delle riviste e delle terrazze” che Lavia teme si trasformi in antirenzismo, un’affermazione come questa ignora, nel fotografare una situazione politica certo molto cambiata dal “ventennio berlusconiano”, alcuni niente affatto trascurabili elementi resistenti. Due le più rilevanti.

Una delle caratteristiche fondamentali del simil-bipolarismo italiano al tempo di Berlusconi era la presenza, in uno dei due poli, di un leader forte e insostituibile, la cui visione politica e la cui volontà primeggiavano su quella del suo partito e della sua coalizione, mentre l’altro polo vedeva coalizioni a geometria variabile riunite sotto figure più o meno “di garanzia”. La stessa forza della leadership renziana, ancor più invincibile se confrontata alla frammentazione della sua opposizione interna ed esterna, dovrebbe far pensare che forse non sono solo le riviste e le terrazze ad aver cambiato “sponda”.

L’instaurazione di una politica sub specie communicationis è un elemento che ha fatto rabbrividire di disgusto molti dei primi osservatori del berlusconismo, e ha poi costituito un punto fermo del dibattito politico e giornalistico del “ventennio”: Berlusconi era saldamente, vincesse o perdesse le elezioni, il leader che rendeva meglio a livello mediale, che sapeva usare con più perizia la forza della comunicazione per alimentare il mito della sua persona e rafforzare la motivazione a partecipare di suoi potenziali elettori (si veda ad es. Pasquino, 2002). Nella misura in cui l’apparizione di Renzi ad “Amici” di Maria De Filippi ha suscitato un brivido di disgusto molto simile a quello provato di fronte all’uomo degli spot che veniva da Arcore, anche questo elemento, con i rischi che l’alluvione comunicativa (Morcellini, 2013) porta con sé, dovrebbe far riflettere sui trend della politica intesa come arte del persuadere e del governare, sulla società e sui suoi nemici, riecheggiando un celebre titolo popperiano.

 

Leggere elementi come questi come “prove” a supporto della tesi di un “nuovo berlusconismo” incarnato nella figura di Matteo Renzi è rifiutarsi di leggere i cambiamenti della politica e della società, e di ragionare su come la prima possa contribuire a migliorare la seconda. Ma anche dare così frettolosamente per morta la Seconda Repubblica e così ottimisticamente per guarite le sue nevrosi è un’operazione grandemente pericolosa. A maggior ragione essendo mancato un trauma di entità pari a quello che ha realmente sancito il passaggio tra la Prima e la Seconda, è presto per cantare i fasti della Terza Repubblica.

 

di Christian Ruggiero