Carmelita a braccetto con Cronkite

Immagine principale: 

Da amante dell’opera di Umberto Eco, era un po’ che cercavo l’occasione di celebrare a modo mio il cinquantenario di “Apocalittici e integrati”. Che lo spunto me lo avrebbe dato il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti non lo avrei, però, creduto.

 

Non che quando Jacopino denuncia "interviste con modalità che non tengono conto di esigenze quali la difesa della privacy e/o il coinvolgimento di minori" in riferimento alla copertura che “Domenica Live” ha recentemente dato al caso di Elena Ceste, abbia torto, intendiamoci. Anche se occorre prendere atto che i confini della privacy, in riferimento all’attività giornalistica e non solo, si sono fatti sempre più labili, come spiega magistralmente Eco – ancora lui – su “L’Espresso” di qualche mese fa, commentando le rivelazioni “trapelate” su Massimo Bossetti[1]. Nell’epoca in cui il pubblico ha diritto di sapere, un’informazione come lo status di figlio illegittimo del presunto assassino di Yara Gambirasio certamente non è centrale nel determinarne la colpevolezza, ma dà molto da scrivere a molti giornalisti – rigorosamente patentati.

 

Il problema si pone non solo in termini polemici nei confronti di una realtà come l’Ordine dei giornalisti, ennesima peculiarità del “caso italiano” (Morcellini, 2005; 2011). Diviene scottante quando viene introdotto da un post intitolato “Basta soubrette, ora le denunciamo”, e sviluppato sostenendo che “la signora D’Urso pur non essendo iscritta all’Albo dei giornalisti compie sistematicamente un’attività (l’intervista) individuata come specifica della professione giornalistica, senza esserne titolata e senza rispettare le regole”[2].

 

Sul primo fronte, è evidente la volontà di esprimere disprezzo verso personaggi come quello di Barbara D’Urso, ma anche la chiara volontà di confondere il ruolo di soubrette con quello di conduttrice di talk show. Quest’ultima figura, specie nel panorama anglosassone, è slegata da una funzione giornalistica, e ha piuttosto un’importanza cruciale per quanto attiene alla creazione di una leadership d’opinione basata anzitutto sulla capacità di esprimere il massimo dell’empatia rispetto ai propri ospiti e al proprio pubblico. Oprah Winfrey è l’icona di questo genere di presenza femminile in televisione, e non a caso Matthew Baum e Angela Jamison scelgono proprio questo carismatico personaggio per argomentare l’impatto delle soft news sul comparto complessivo dell’informazione politica: “alcuni elettori americani possono aver bisogno di The New York Times per scegliere quale candidato votare; altri invece possono aver bisogno di vedere Oprah” (2006: 947; vedi anche Mazzoni: 2008).

 

E veniamo al secondo nodo. La denuncia contro la D’Urso appare come una risposta coerente per chi legga la citazione appena riportata con gli occhiali dell’“apocalittico”: come può una persona che non ha la capacità di mediazione di un giornalista fare informazione, politica o meno, senza necessariamente svilire il concetto stesso di informazione? È un tema di grandissima attualità, che ha a che vedere con la possibilità che persone non interessate alla politica vengano comunque a contatto con temi in agenda, oltre che con le preoccupazioni circa la “capacità” di trasmettere informazione politica.

 

Il problema, però, è antico. All’uscita di “Apocalittici e integrati” Pietro Citati pubblicò una recensione intitolata “La Pavone e Superman a braccetto di Kant”, nella quale osservava con preoccupazione che “in ogni buona ricerca scientifica la materia studiata sceglie i propri strumenti, che si identificano perfettamente con essa. Eco, quasi volesse farsi perdonare l’umiltà del proprio argomento, cita senza ragione Husserls, Kant e Baltrušaitis” (Eco 1964: V). Risponde Eco: “Sorvoliamo sull’idea che gli strumenti di analisi di una materia si devono identificare con essa, come se uno studio di criminologia dovesse procedere a coltellate e Kant potesse essere usato solo quando si parla di filosofia (che sarebbe poi rendergli un servizio alquanto umiliante: il fatto è che l’autore dell’articolo vede con molto sospetto questo uso degli strumenti della cultura Alta per spiegare e analizzare la cultura Bassa” (Ivi: V-VI).

 

Ecco, un simile sospetto, prima ancora che una volontà moralizzatrice nei confronti dell’informazione italiana, potrebbe muovere la denuncia contro la D’Urso, “rea” di utilizzare uno strumento del giornalismo Alto per spiegare e analizzare argomenti di giornalismo Basso.

 

di Christian Ruggiero



[1] http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/06/25/news/nelle-latebre-del-dna-1.170725 [2] http://www.primaonline.it/2014/11/25/194846/il-presidente-dellordine-dei-giornalisti-denuncia-barbara-durso-per-esercizio-abusivo-della-professione-documento/?utm_content=buffer9466c&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer