Cinque personaggi in cerca d’autore

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Le Europee sono alle porte. Vengono presentati i simboli dei partiti, con le conseguenti polemiche sugli schieramenti, che anticipano e radicano nel dibattito tutto nazionale il tema, ben più ampio, degli apparentamenti con le grandi famiglie politiche europee. Soprattutto, inizia la campagna comunicativa dei partiti, e ancora una volta i manifesti ricoprono un ruolo fondamentale.

 

“Riscoperto” nel corso della campagna per le elezioni politiche del 2001 (Mancini, 2003), questo strumento di comunicazione politica apparentemente obsoleto rinasce per la sua capacità di suscitare l’attenzione delle “avanguardie digitali” (De Kerckhove, Susca, 2008). E non solo in campagna elettorale: abbiamo trattato, con l’aiuto dell’avanguardista che l’ha creato, del profilo fake dell’Esercito di Silvio su Facebook, che prometteva di “Trasformare i reggimenti in reggipetti”.

 

In questi primi assaggi di campagna per le Europee, un esempio colpisce, non tanto (almeno, non ancora) per la sua efficacia, quanto per la contraddittorietà che esprime: la campagna lanciata dal Partito Democratico.

 

Il Partito s’impegna su cinque temi fondamentali, che vengono presentati da altrettanti personaggi, definiti “veri militanti”. Qui sta un primo elemento di criticità: che bisogno c’è di ricorrere a questa mossa autoidentificante, in un contesto in cui l’elettorato più che flessibile (Panebianco, 1992) è ufficialmente liquido? E soprattutto, che bisogno c’è di rendere esplicito ogni riferimento? L’immagine dell’Europa rovesciata evoca il “Cambia verso” anche senza didascalia. Stessa cosa dicasi per l’affermazione “non per l’Europa, ma per i nostri figli”, che il fruitore avrebbe ricondotto alle parole di Renzi anche senza sussidio visuale. Ma andiamo al sodo: i nostri cinque personaggi presentano le loro issues, e il partito chiede all’elettore/simpatizzante/avventore di inserire la propria priorità nell’agenda politica, che verrà valorizzata da un generatore automatico di manifesti. Impossibile pensare che una simile mossa non sia un’esplicita richiesta di giocare con il mezzo, di usare lo strumento a fini ludici e ironicamente critici verso un mittente che cerca di “internalizzare” la pratica del “taroccamento” dei manifesti.

 

Dove sta la contraddizione? Torniamo alla definizione di polbusting, che ancora una volta ci forniscono  De Kerckhove e Susca (2008, p. 139)

 

“Le nuove sfere pubbliche che puntellano il cyberspazio […] dapprima assorbono nel proprio contesto di fruizione il messaggio, in seguito lo decodificano svelandone l’ideologia e smascherandone la finzione, quindi lo riscrivono da una parte mostrandone la fallacia, e dall’altra ridicolizzandolo con sapienza”.

 

Fin qui tutto bene. Ma da dove deriva questa pratica, in grado di risvegliare quella vena di critica civica del cittadino comune che affida la sua voice allo strumento della satira? Da una pratica detta adbusting, frutto della volontà pienamente politica di portare la propria critica alla società dei consumi disarticolando e ridicolizzando tanto il messaggio della Vodka Absolut quanto di George W. Bush. Avvertono De Kerckhove e Susca (2008, p. 140)

 

“Mentre l’adbusting proviene in qualche modo dall’alto, il polbusting vede come protagonisti comuni cybernauti senza velleità artistiche. Se il primo fenomeno è carico di tensioni politiche e ideologiche, mosso com’è dagli scritti di Naomi Klein, di Kalle Lasn, e ispirato da Guy Debord, il secondo è un movimento sociale transpolitico, scevro di intellettuali di riferimento e disinteressato a porsi nei confronti della politica in modo dialettico”.

 

La differenza sembra sottile, ma è fondamentale. Le produzioni dello adbusting rappresentano l’opera di un’avanguardia nel senso tradizionale del termine, politicamente attiva e che sceglie una modalità espressiva perturbante per suscitare lo choc benjaminianamente inteso (Benjamin, 2012). Le produzioni del polbusting riescono ad aggregare spontaneamente cittadini spesso accusati di disinteresse per la politica, soprattutto laddove la partecipazione sia intesa in senso tradizionale. Questi individui sono invece in grado di alimentare un processo di diffusione virale e di cogliere, enfatizzare, rendere oggetto di dibattito pubblico alcune delle pecche più evidenti, e proprio per questo meno visibili nel circuito mainstream della comunnicazione elettorale (Gangi, Gennaro, Ruggiero, 2012a; Gangi, Gennaro, Ruggiero, 2012b).

 

La domanda, a questo punto è: a chi è diretto l’invito della campagna del Pd ad utilizzare il generatore di manifesti? Ai “militanti”, rappresentando così un’aperta cessione della funzione di aggregazione della domanda politica del partito? Agli avversari, sperando di cavalcare la loro capacità di ridicolizzare il messaggio della campagna e renderlo così ancor più risuonante nelle orecchie degli elettori? Ai soggetti politicamente attivi, o a quella miniera inesplorata di cybernauti senza patria che davvero potrebbero rivelare una connotazione inaspettata delle issues di campagna elettorale?

  di Christian Ruggiero