Leadership e premiership: l’iperattività “futurista” di Renzi

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Matteo Renzi ha un atteggiamento “futurista” nei confronti della politica. A partire dall’8 dicembre 2013, data in cui è stato eletto direttamente – con le famose “primarie” – segretario nazionale del Pd, l’ex sindaco rottamatore ha fatto della velocità il tratto distintivo della sua azione, apparsa da subito incessante e martellante su tutto ciò che lo ha preceduto. Prima sul partito, con le inusuali riunioni della segreteria alle 7 di mattina. Poi, dopo che il 13 febbraio la Direzione del Pd ha sancito la fine del governo guidato dal suo ex vicesegretario Enrico Letta, è salito a Palazzo Chigi.

Lì non ha rinunciato al suo stile efficientista ma un po’ guascone, a cominciare dall’inedito discorso “a braccio” con cui ha chiesto la fiducia ai senatori, esordendo perdipiù con l’auspicio di essere l’ultimo Presidente del Consiglio a farlo. Poi ha annunciato – con tanto di cronoprogramma – una serie di riforme a raffica: quella del lavoro, quella del fisco, quella della giustizia civile e quelle costituzionali. Senza dimenticare la nuova legge elettorale: quell’Italicum per discutere il quale già da “semplice” segretario del Pd non aveva esitato ad incontrare nella sede del Nazareno l’ormai pregiudicato Silvio Berlusconi, sopportando di buon grado le critiche stizzite e le assurde accuse di “sacrilegio” da parte della minoranza interna. Mai, a partire dalla sua fondazione, il Pd aveva avuto per così tanto tempo il dominio assoluto dell’agenda politica.

 

Oltre che nell’indiscutibile energia personale e nell’attuale debolezza delle opposizioni, divise tra una Forza Italia perennemente condizionata dai problemi giudiziari dell’ex Cavaliere ed un Movimento Cinque Stelle incapace di farsi anche propositivo, la forza di Renzi sta anche nella – del tutto inedita a sinistra, se si esclude Bettino Craxi, che però non guidava il partito più forte della coalizione – unificazione nella sua persona dei concetti di leadership e premiership, secondo quel modello britannico di supremazia assoluta del Primo Ministro, che è il dominus del Governo che guida, e – in un ordinamento formalmente monarchico – ricopre quell’altissima carica proprio in quanto è il leader indiscusso del partito di maggioranza alla Camera dei Comuni.

 

Le aspre e strumentali polemiche che hanno accompagnato la nascita del governo Renzi «senza una legittimazione popolare» non hanno infatti tenuto conto – oltre che di decine di precedenti nella storia repubblicana – del fatto che alle elezioni del febbraio 2013 il Pd – allora guidato da Bersani – è «arrivato primo senza vincere». Dunque, stante la contrarietà del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – sia prima che dopo la rielezione – a sciogliere così anticipatamente le Camere appena insediatesi, il centro dell’azione politica non può che essere il partito che detiene la maggioranza quasi assoluta alla Camera e quella relativa al Senato. Era pertanto chiaro a tutti che la trionfale elezione dell’allora 38enne Renzi a segretario nazionale avrebbe definitivamente «cambiato verso» al Pd, mandando definitivamente in soffitta lo schema «ex Pci con l’aggiunta di qualche ex Dc» che aveva caratterizzato gli anni di Prodi, Veltroni, Franceschini, Bersani e Guglielmi, fino al governo Letta.

 

Matteo Renzi conosce bene le liturgie della politica tradizionale, a cui deve a soli 29 anni l’inizio del suo cursus honorum come presidente della Provincia di Firenze, in quota Margherita in una terra storicamente rossa. Le conosce e talvolta le usa; ma non le ama particolarmente, e col tempo è diventato nei loro confronti sempre più insofferente, fino a lanciare le parole d’ordine della «rottamazione senza incentivi» della vecchia guardia e ad esaltare le primarie – mai troppo amate davvero dai suoi predecessori, anche se non va dimenticato il coraggio di Pier Luigi Bersani – come valore in sé, in quanto strumento fondamentale della democrazia interna ai partiti (art. 49 Cost.it).

Per questo nella sua scalata alla politica nazionale l’ex sindaco di Firenze ha scelto un approccio semplice e diretto: lo scorso 8 dicembre nei gazebo del Pd non si è votato solo per il segretario nazionale e per il parlamentino del Pd. Al contrario, quei tre milioni di selettori hanno celebrato anche una sorta di vere e proprie “primarie ex post”.

 

Se Enrico Letta avesse accettato di confrontarsi direttamente contro Renzi, il dibattito interno al Pd e al Paese ne avrebbe certamente tratto giovamento. Non lo ha fatto nella speranza che ciò potesse consentirgli di restare ancora a Palazzo Chigi, ma in questo suo calcolo tattico l’ex premier non ha tenuto conto del fatto che, anche in caso di successo, il suo Governo avrebbe finito rapidamente per avere la stessa scarsa autorevolezza ed autonomia di molti esecutivi della “prima Repubblica”: guidati da esponenti relativamente minori mentre le grandi decisioni venivano prese nei famigerati «vertici di maggioranza» tra segretari di partito, come del resto si è ben visto in quelle poche settimane di “interregno”.

 

Sembra pertanto che, comunque vada a finire la sua avventura a Palazzo Chigi, vadano ascritti a merito di Renzi la sua chiarezza nel “metterci la faccia” ed il suo coraggio – riconosciuto perfino dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel a proposito delle sue proposte in materia fiscale e di lavoro. Il nuovo premier ha scelto di «non smentire» chi lo ha descritto come un uomo «ambizioso». Senza scomodare il Giulio Cesare di Shakespeare – anche perché l’ex rottamatore non ha alle sue spalle un Marco Antonio pronto eventualmente a vendicarlo – di sicuro Renzi sa bene che le resistenze alle sue riforme saranno fortissime, nel Parlamento e fuori. Come ha già detto lui stesso più volte, «in questa partita si gioca tutto»: andare sempre di corsa è allora il modo migliore che ha per evitare che i suoi progetti di riforma vengano insabbiati e per non permettere agli avversari di riorganizzarsi.

    di Alessandro Testa