Il pericolo grigio

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Per uno studioso di comunicazione politica che si sia formato in piena Seconda Repubblica, la metafora della “staffetta” rimanda agli albori della politica-spettacolo (Statera, 1986), all’immagine di Craxi che, nel febbraio del 1987, adombra in televisione la possibilità di non “cedere il testimone” ad una Presidenza del Consiglio democristiana. Sono i primi effetti di quel nuovo dominio della trasparenza che investe una politica ormai incapace di tenere i cittadini all’oscuro del privato dei suoi leader, si tratti delle loro relazioni sentimentali o degli accordi che stringono più o meno alla luce del sole (Thompson, 2005).

 

La volontà di combattere la politica “d’apparato” s’insinua, più o meno prepotentemente, in entrambi i fronti del bipolarismo all’italiana.

Da una parte, la discesa in campo di Silvio Berlusconi contro il politichese (Morcellini, 1995), la mitologia di un Presidente dalle mille facce, in grado di rappresentare gli interessi della grande impresa come quelli della classe operaia, padrone di un immaginario che si fa politica a partire da elementi assolutamente pre-politici (Abruzzese, Susca, 2004), le metafore dell’impresa (Prospero, 2003) e del Trickster che riesce a mettere in moto cambiamenti insospettabili nella politica italiana (Prospero, 2010).  

Dall’altra, la volontà di ritornare verso il popolo di un centrosinistra che sconta le accuse di antipatia (Ricolfi, 2008) e va in caccia di empatia in pullman, in treno, perfino con un tir, fino a trovare la chiave di volta nel ricorso alle Primarie (Gritti, Morcellini, 2007). Di coalizione o di partito, volte a individuare il Segretario o il candidato a guidare la coalizione, le elezioni primarie sono un fattore di mobilitazione di un popolo che velocemente si identifica non più con il partito o con la coalizione, ma con l’atto stesso di partecipazione a questo esperimento perpetuo di democrazia (il popolo delle Primarie).

 

Ogni tentativo di apertura al popolo, tuttavia, deve sostanziarsi in una politica che, salvo l’avverarsi delle profezie del MoVimento 5 Stelle, è tuttora parlamentare. Dunque, in un contesto altamente personalizzato, nel volto che il partito mostra al governo.

Per il centrodestra, il volto è sempre lo stesso, anche ora che la coalizione è ineditamente divisa. Leggere un’infografica che mostri la successione dei Presidenti del Consiglio – in relazione a qualsiasi variabile indipendente – significa vedere una sequenza nella quale il volto di Silvio Berlusconi si alterna a quelli di diversi, diversissimi principali esponenti della coalizione a lui avversa. Oggi, si aggiunge un volto nuovo, quello di Matteo Renzi. Che però non si affianca a quello dell’unico leader uscito vincitore da una (anzi due) competizione elettorale (Prodi), ma a quelli di coloro i quali sono subentrati in corsa, in una staffetta che caratterizza sempre il centrosinistra e mai il centrodestra. Perché il centrodestra lavora di rimpasto, su una specialità della casa che ammette varianti ma non di modificare radicalmente la ricetta.

 

L’attenzione è concentrata sul Sindaco di Firenze, sul “rottamatore” che finalmente accede alla sfida del governo, e che accetta il rischio di assumere tale sfida secondo le regole della staffetta. I sondaggi rivelano, secondo i risultati presentati da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, un cauto ottimismo degli italiani sulla possibilità di un governo Renzi di “essere solido e fare le principali riforme necessarie per il Paese”.

Ma la posta in gioco è un’altra. La difesa del governo di larghe intese lascia intendere un’incertezza tale nei grandi schieramenti, un tale timore di un prossimo risultato delle urne che possa favorire ancor di più l’antipolitica a 5 Stelle, da non voler tentare la sfida delle urne. Ma alla guida di un governo “di galleggiamento” cosa ci fa un “rottamatore”?

Non solo. Nella sua disamina delle varie “anime” della società civile invocata nel dibattito pubblico contemporaneo, Prospero nota: “Con Renzi la società civile non è quella arrabbiata (e anche informata) catturata nella rivolta di Grillo. È un’entità pacificata che viene costruita in maniera civettuola, nei modi e nelle immagini cioè della tv commerciale, da un politico che dosa simboli (il giubbotto di Fonzie), luoghi (trasmissioni di intrattenimento) di un repertorio post-ideologico ed evita accuratamente la esplorazione delle questioni che dividono” (2013, p. 85).

La sfida di Renzi è, allora, quella di coltivare il consenso di questa società civile “pacificata”. Un compito che finora ha svolto egregiamente, da alter-ego del centrosinistra di governo, da “voce fuori dal coro”, da leader inviso alle gerarchie di partito che conquistava posizioni a partire da una sintonia sempre più forte con i suoi elettori. Da inquilino di Palazzo Chigi, un rischio forse anche peggiore del fallimento lo attente: l’ingrigimento (quello consacrato da L’Apparato).

  di Christian Ruggiero