Per un trattino

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“We're putting the band back together”
The Blues Brothers, 1980

     

La vittoria di Matteo Renzi alle Primarie del Partito Democratico del 2013 segna la fine della sinistra italiana? Del PD? Del governo di larghe intese? Nonostante le posizioni che, entusiasticamente o tristemente, caldeggiano ipotesi come queste, la risposta è un (graduato) no.

 

Nonostante la retorica delle Primarie rappresenti, oltre che uno straordinario esempio di valorizzazione del processo democratico, anche una (cosciente?) accelerazione del leaderismo all’italiana, si è pur sempre votato un Segretario. L’anomalia, semmai, sta nell’aver eletto un Segretario outsider; ma proprio qui sta il bello.

 

Nel suo discorso di ringraziamento, Matteo Renzi non ha dimenticato il leit-motiv delle critiche alla “peggior classe dirigente degli ultimi trent’anni”; ma se da Sindaco poteva rivendicare un’appartenenza “marginale” a quella classe dirigente, ora ne è parte integrante. E ancor prima di affrontare la prova del voto dovrà tentare di domare le dinamiche del “partito personale” a livello nazionale. La sua Segreteria rappresenta, in effetti, la concretizzazione di quel progetto di “Sindaco d’Italia” che Calise disegna nel 2000; e non è un caso che dieci anni dopo il politologo napoletano apra la nuova edizione della sua opera più famosa parlando dell’intramontabile centralità di Silvio Berlusconi nel panorama di centro-destra e della nuova leadership creata dalle Primarie per il centro-sinistra (Calise, 2000; 2010). Questo significa, però che dovrà o contenere la sua vis polemica, o divenire padrone di quell’arte tutta berlusconiana di “sparare a zero” sulla politica, sul governo, sulla sua stessa coalizione pur essendone il baricentro. Senza contare che le aspettative concentrate sul leader outsider sono sempre infinitamente più alte di quelle del leader d’apparato, mettendo il primo in gioco anzitutto se stesso e non la macchina che lo appoggia, e che il primo deve affrontare ostilità che non toccano il secondo (Caniglia, 2000). E che Renzi si trova in una situazione del genere pur avendo, al contrario del leader outsider “classico”, seguito un percorso complessivamente lineare all’interno del partito.

 

E arriviamo al cuore della questione. Ben più che per l’altro ramo dell’arco parlamentare, il centro-sinistra è stato al centro di un dibattito teso a individuare su quale piatto, tenendo il trattino come un ago, pendesse la bilancia. Il Partito Democratico rappresenta la continuazione di un progetto che nasce con l’Ulivo, e viene tenuto a battesimo da un rappresentante dell’anima di sinistra (Veltroni) e uno dell’anima di centro (Prodi) della coalizione (Veltroni, 1995). Proprio il leader “centrista” porta per due volte la coalizione alla vittoria: nel 1996 rappresenta una soluzione rassicurante per l’elettorato moderato, ed è chiamato a sua volta a rassicurare l’elettorato progressista, cadendo proprio sull’impossibilità di mantenere l’accordo di desistenza con Rifondazione Comunista (Pasquino, 2000); nel 2006 incarna l’unico vessillo dietro il quale possa schierarsi un esercito i cui generali si chiamano Piero Fassino, Francesco Rutelli, Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio, Enrico Boselli, Clemente Mastella, cadendo alla prima defezione in grado di mandare in pezzi un mosaico così complicato. Il leader “progressista”, dal canto suo, lancia l’idea del partito unico a vocazione maggioritaria, ma proprio su questa scommessa troppo azzardata e troppo poco preparata perde le elezioni del 2008 (Morcellini, Prospero, 2008). D’altronde, la lunga preparazione non giova all’altro candidato “d’apparato”, Bersani, che come Veltroni è mandato alla battaglia con la benedizione delle Primarie e ottiene un risultato significativamente al di sotto delle attese. Al primo resta il nobile gesto delle dimissioni dopo la sconfitta elettorale, al secondo tocca l’onere del tentativo di formare un governo, l’inseguimento e la beffa del MoVimento 5 Stelle.

 

Ed eccoci qui,  con un Segretario che fa pendere la bilancia sul piatto del centro, e che quindi è chiamato, per non spaccare il partito sul quale ha scelto di investire, a cercare di operare nella direzione di un riequilibrio interno. Che potrà certo continuare a lanciare le sue bordate al governo, ma senza la naturalezza di pochi giorni fa, al tempo stesso trattenuto dal suo ruolo istituzionale e spronato dall’obiettivo elettorale di lungo periodo. Con un leader di centro-sinistra.

  di Christian Ruggiero