PD Factor, un anno dopo

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Finisce senza clamori e con l’ennesima vittoria ai punti di Matteo Renzi il confronto in diretta su Sky e Cielo fra i tre candidati alla segreteria del PD. A distanza di un anno dalla celebre serata degli allora “Fantastici Cinque” candidati premier del Centrosinistra, il copione si ripete in modo più chiaro ma meno enfatico, forse perché la posta in gioco e la stessa incertezza sul risultato appaiono minori.

Identiche la location – lo studio milanese di X Factor – e la presentazione “anagrafica” iniziale; medesimo conduttore, Gianluca Semprini, “migliore in campo” del 2012 ma un po’ troppo rilassato un anno dopo. Nota positiva, la presenza di tre soli sfidanti rende stavolta più fluido e comprensibile il dibattito, con cicli di risposte molto più brevi.

 

Matteo Renzi, unico “veterano” delle Primarie, sfrutta il doppio vantaggio – l’esperienza ed il nuovo ruolo di frontrunner – controllando il dibattito senza forzare, a parte una controreplica piccata a Gianni Cuperlo sul tema del presidenzialismo. Nel complesso il sindaco di Firenze appre maturato e più completo nella sua preparazione, mescolando il proprio talento oratorio con pochi e mirati studi economici ed altri documenti redatti da esperti che ha portato con sé. Tiene bene perfino sul tema che nel 2012 lo aveva messo più in difficoltà, e su cui continua ad apparire complessivamente poco convincente, almeno all’elettorato di centrosinistra: le unioni omosessuali, con o senza matrimoni, affidamenti e adozioni di bambini.

Abile, ma dal sapore un po’ tattico, la “conversione” che emerge dai nuovi nomi del suo pantheon politico di riferimento. Alla domanda ormai assunta al rango di “tormentone” di questi confronti, Renzi ignora sia Nelson Mandela che la blogger tunisina antidittature Alina, e omaggia invece due nomi certamente cari all’anima più tradizionale e di sinistra del partito: lo scomparso sindaco di Incisa Valdarno Meme Auzzi (“uno che avrebbe sostenuto Gianni Cuperlo e che avrebbe fatto di tutto per non farmi eleggere”) e il sacerdote partigiano don Primo Mazzolari. Anche se depotenzia i nomi citati a “fotografie che mi porterò nella stanza da segretario del PD”.

 

Secondo posto nel dibattito e “premio della critica” a Giuseppe Civati: deputato monzese già sodale di Renzi agli albori della campagna per la “rottamazione”. La voce fuori campo lo presenta all’inizio come “il candidato di sinistra”, ma forse sarebbe più corretto definirlo “dei giovani” e “della sinistra libertaria”, dato che il suo target privilegiato è quello degli under 40, ed i suoi temi più forti sono il suo impegno per i diritti civili delle “famiglie arcobaleno”. Senza contare la sua esibita intransigenza sui temi etici e morali, a cominciare dal caso delle intercettazioni del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.

Pecca di presunzione quando annuncia la sua imminente vittoria nelle Primarie aperte, nonostante il 9% raccolto tra gli iscritti al Pd, è l’unico a dare un voto insufficiente ai primi sei mesi del Governo Letta e l’unico a prefigurare espressamente una propria carriera politica “a tempo”, dato che prevede di ritirarsi prima che sua figlia piccola diventi maggiorenne.

Anche i suoi riferimenti – viventi, a differenza di quelli degli altri, come non manca di sottolineare – sono un abile mix di intransigenza, legalità, meticciato culturale e futuro: il neoeletto sindaco di New York Bill De Blasio, con la sua famiglia multicolore ed i suoi progetti orientati al sociale, e l’ex sindaco anti ‘ndrangheta di Monasterace, Maria Carmela Lanzetta, costretta alle dimissioni dalle fortissime pressioni delle cosche. (“Ha mollato non per colpa sua, ma perché il PD non l’ha sostenuta abbastanza. Non la metto nel pantheon, la metto nella direzione nazionale”).

 

Terzo posto per l’ingessato deputato triestino Gianni Cuperlo, candidato di riferimento dell’area dalemiana ed ex diessina: gentile nei modi, esprime una concezione molto tradizionale ed ideologica della politica, raggiungendo l’apice quando sfida apertamente Renzi ad escludere in futuro ogni possibile trasformazione in senso presidenzialista della nostra Repubblica parlamentare.

Scalda il cuore dei suoi sostenitori “senior” citando Enrico Berlinguer come primo nome del suo Pantheon politico personale, a cui affianca Rosa Parks, la donna afroamericana che negli anni ’60 del secolo scorso “cambiò la storia sedendosi dove non avrebbe dovuto”. Ma l’impressione generale è che prenda per sé il ruolo old fashion che nel 2012 era stato del leader di SEL Nichi Vendola, compreso il tono un po’ funereo dell’appello finale.

 

Con una metafora calcistica, potremmo dire che Civati ha prodotto un gioco più bello a vedersi rispetto ai suoi due competitor, ma gli allenatori troppo spregiudicati raramente vincono trofei: lo stesso Renzi l'anno scorso giocò costantemente in attacco in entrambi i dibattiti, ma sua la foga gli fece commettere più di uno scivolone e la sua aria da “Gianburrasca saccente” gli inimicò una fetta consistente dell’elettorato. Memore di ciò, quest’anno il sindaco di Firenze è molto più attento ed appare decisamente più istituzionale rispetto agli altri due candidati.

 

Sullo sfondo rimangono altri due “big” del PD, che non corrono per la segreteria ma che al momento occupano le due poltrone più importanti del Paese: il primo è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, citato – senza nominarlo – dal solo Renzi, quando, rispondendo a Cuperlo, ha insinuato il dubbio che la nostra non sia già più completamente una Repubblica parlamentare. L’altro è ovviamente il premier Enrico Letta: tra le domande del dibattito non poteva mancare quella sulla valutazione complessiva sull’operato del suo Governo nella precedente versione di “larghe intese” e sul suo futuro con una maggioranza ormai “di centrosinistra allargato”.

Se il solo Civati ha espresso una valutazione del tutto negativa, anche Renzi (che ha parlato esplicitamente di un altro anno di vita per l’Esecutivo) e Cuperlo (che non ha fissato scadenze) chiedono però a gran voce un cambio di passo al premier, dato che ormai “questo è sostanzialmente il Governo del PD più altri”.

 

Il tempo stabilirà se ciò accadrà oppure no, ed anche quale futuro politico potrà eventualmente avere ancora l’ex premier e ormai anche ex senatore Silvio Berlusconi, oggetto di una domanda specifica. Dopo il confronto del 29 novembre rimane però il dubbio che le differenze maggiori non siano tanto quelle tra Renzi, Cuperlo e Civati, quanto quelle tra la loro generazione ed il tradizionale apparato del PD, radicatissimo sia al centro che su quasi tutti i territori. Dunque, anche se la parola “rottamazione”non è stata pronunciata neppure una volta in tutto il dibattito, dopo l’8 dicembre non è del tutto da escludere un ultimo e definitivo scontro generazionale interno agli organi rappresentativi che saranno eletti, ed una futura alleanza trasversale nell’Assemblea nazionale (soprattutto tra i delegati di Renzi e quelli di Civati: Cuperlo potrebbe avere più difficoltà a smarcarsi dalla tradizione) per escludere dalla Direzione la vecchia guardia di dirigenti “storici” e le nuove leve di loro fedelissimi.

  di Alessandro Testa