Non pensare al Grillo trionfante!

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Tra le cose che i progressisti americani possono fare per non permettere ai conservatori di averla vinta su tutto, secondo Geroge Lakoff, c’è una regola aurea che non viene quasi mai rispettata, in particolar modo dai progressisti di casa nostra: “ricordarsi di non pensare all’elefante. Se accettate il loro linguaggio e i loro framee vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista” (Lakoff, 2006, pp. 56-58).

 

È una regola che, anche nell’Italia del 2013, dimostra tutta la sua attualità, e su almeno due piani distinti.

Il primo è quello delle mosse strategiche e comunicative di Pier Luigi Bersani dopo la “vittoria dimezzata” del 24 e 25 febbraio. Come l’analisi dei temi portati avanti dal centrosinistra e dal suo leader nell’arena del talk televisivi dimostra, degli 8 punti “per un governo di cambiamento” rappresentano solo per metà l’offerta messa in campo nel periodo di campagna. Il resto, evidentemente, è un tentativo di avvicinamento se non al MoVimento 5 Stelle, almeno alla sensibilità dei suoi elettori – peraltro, “glissando” sul punto fondamentale, il finanziamento pubblico ai partiti, come ricorda Luca Ricolfi su “La Stampa”[1].

 

C’è da dire che, di fronte al virulento attacco contro i partiti “tradizionali”, la tanto criticata “strizzata d’occhio” al movimento di Grillo – ammesso che sia tecnicamente possibile – assume una funzione strategica: cosa potrebbe venire al Partito Democratico da un “governissimo” con il Pdl se non ulteriori attacchi “esterni” alla “casta dei politici” ed “interni” verso la versione riveduta e corretta della “tentazione bicameralista” di dalemiana memoria? Ma c’è anche, come ci ricorda Lakoff, da salvaguardare la specificità del partito, delle sue idee, della sua identità, soprattutto di fronte a prove tecniche di avvicinamento ad una realtà così radicalmente estranea alla tradizione politica – non ci scordiamo che il Pd è l’ultimo soggetto rilevante sulla scena a mantenere orgogliosamente il nome di “Partito”. C’è da evitare l’effetto “brutta copia della proposta originale” ingenerato da Veltroni che cercava di convincere gli imprenditori del Nord-Est ed in generale l’elettorato berlusconiano (Prospero, Ruggiero, 2010) e che può oggi riproporsi nella rinnovata lotta intestina Bersani-Renzi; se quest’ultimo fosse stato il candidato, a chi si sarebbero rosicchiati consenti? A Berlusconi, probabilmente. Ma anche a Grillo? O piuttosto il Rottamatore sarebbe apparso come una medicina troppo leggera a quanti hanno creduto di dover debellare una volta e per tutte la “malattia” del professionismo in politica?

 

Poi c’è da considerare il secondo livello del dibattito, quello che concerne non tanto il partito quanto i giornali-partito (Agostini, 2000). Che fa riferimento ad una lettura ancor più semplificata dello slogan “non pensare all’elefante”, e che assume un significato particolare nell’Italia dei giornali e dei giornalisti che hanno scelto di fare politica attiva, non solo opinione, contro Silvio Berlusconi (e non necessariamente a favore del suo diretto competitor), degli intellettuali che, nel 2001 come nel 2013, firmano e invitano a firmare appelli contro un “nemico culturale” dimostrando tuttalpiù la propria “antipatia” (Ricolfi, 2008).

Cercare di delegittimare e ridicolizzare il “nemico” è un modo anzitutto per consentirgli di rinserrare le fila dei suoi “fedelissimi”, di denunciare una forma di congiura contro la sua persona e la sua forza politica, e quindi contro ciò che rappresentano (tipicamente, il cambiamento, che anche il senso comune vuole osteggiato dai detentori del potere che desiderano ardentemente che tutto cambi perché nulla cambi).

Quando questa strategia viene adottata contro Grillo, però, ha due controindicazioni in più, che vanno oltre la questione della sua efficacia – peraltro tutt’altro che confermata dal suo utilizzo contro la figura di Silvio Berlusconi. Anzitutto, offre conferme, prove concrete a quanto il MoVimento 5 Stelle e il suo leader hanno sostenuto nel corso dell’intera campagna, e anche molto prima: di essere una forza popolare osteggiata dai poteri forti della politica e della stampa, che collateralisticamente operano per il male del paese[2]. Una risposta che “vale” cento volte di più se è data da un soggetto che è riuscito, negli ultimi appuntamenti elettorali, a riempire le piazze reali, quelle telematiche, e anche quelle televisive, che non hanno potuto non concentrarsi sulla sua figura, sul suo movimento, sul suo stesso rifiuto di comparire in Tv; e hanno finito per “pensare all’elefante” più di quanto avrebbero voluto. In secondo luogo, il lungo reportage su L’Espresso[3], figlio di una cultura chirografica tradizionale, si scontra con una risposta che incarna tutto il senso della comunicazione via Twitter in quanto semplificatore di complessità: scrive il leader sul suo profilo l’8 marzo alle 4:41 “Tip per i giornalisti de l'Espresso: consultare Wikipedia e scoprire che per Sociedad Anonima (S.A.) si intende Società per Azioni (S.p.A.)”. Come rendere elementare un concetto difficile, come smontare una parola-simbolo pericolosa, come contrapporre il senso comune “disinteressato” di Wikipedia all’approfondimento “fazioso” de L’Espresso, in 140 battute.

 

Come non capire, parafrasando un altro luogo comune, che l’occhio della stampa ingrassa la notizia. E non necessariamente riesce ad imporre un frame.

  di Christian Ruggiero

[1] http://lastampa.it/2013/03/08/cultura/opinioni/editoriali/gli-otto-punti-incomunicabili-del-pd-lFQFxeguPAyelQetJhDzVL/pagina.html

[2] Un’acuta analisi dell’errore comunicativo insito nell’attacco politico-giornalistico a Grillo e al suo MoVimento è offerta da Tommano Ederoclite e Francesco Nicodemo su “Europa”: http://www.europaquotidiano.it/2013/03/08/cari-partiti-parlare-male-di-g...

[3] L’autista, la cognata e il Costa Rica. Tredici società per gestire affari e aprire un resort di lusso. In un paradiso fiscale. Promotori l’angelo custode di Grillo e la sorella della moglie. Storia di copertina, “L’Espresso” n. 10/2013.