Il confronto, questo sconosciuto

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Giovedì 21 febbraio 2013, meno tre alle elezioni politiche. Per la seconda volta consecutiva, e per la terza nella pur non lunghissima vita della cosiddetta Seconda Repubblica, va in scena la pantomima di un confronto.

 

Quel format che è alla base delle competizioni bipolari all’americana, che ha incuriosito il mediologo forse più conosciuto al mondo, Marshall McLuhan, che ha sancito il passaggio dalla logica della scrittura e della parola a quella dell’immagine e quindi alla politica spettacolo (da John Fitzgerald Kennedy a Silvio Berlusconi), non riesce a superare le maglie della fittissima contrattazione tra gli staff dei leader dell’Italia del 2013. Era già successo nel 2008, e in qualche modo nel 1996; anche per questo, i veri confronti, quello tra Berlusconi e Occhetto del ’94 e quelli tra Berlusconi e Prodi del 2006, sono passati alla storia dei media.

 

ITALIA Domanda dimostra tuttavia una struttura interessante, che se visionata di fila appare come la più classica giustapposizione delle interviste ai leader, un succedaneo in tempi di par condicio della vera lotta tra titani. Ma se analizzata trasversalmente, smontando e rimontando la macchina televisiva, offre lo spazio per una considerazione interessante: in quelle due ore e mezza sta tutta la campagna elettorale del 2013.

 

Il setting è dei più classici: Clemente J. Mimun prende posto su un podio al centro della scena, con alle sue spalle un videowall che riporta, in un apprezzabile sforzo di chiarificazione nei confronti dei cittadini-spettatori, i diversi simboli di appartenenza o di apparentamento del leader che prende la parola. Il mediatore Mimun riprende, rispetto al 2006, il ruolo di conduttore, ponendo egli stesso le domande e sovrapponendosi così al ruolo dei giornalisti, solidamente super partes, che siedono alla destra del teleschermo: Marcello Sorgi de “La Stampa” e Luigi Contu dell’ANSA. Il leader siede su una poltroncina bianca alla sinistra del teleschermo, solo, salvo l’eventuale compagnia dei documenti che abbia portato con sé.

 

Ed ecco la prima differenza che una lettura trasversale porta alla luce: Monti e Berlusconi siedono comodamente sulla poltrona, tendendo a inclinarsi verso la loro sinistra, dove stanno, opportunamente nascoste all’occhio delle telecamere, le “pezze d’appoggio” dei loro discorsi. Monti le usa proprio in questo senso, seleziona volta per volta il fascicoletto giusto, lo mostra, lo indica, lo tiene sempre in una mano mentre gesticola con l’altra. Berlusconi ha solo un fascicoletto in mano, che sta per quasi tutto il tempo piegato, e nella migliore tradizione del marketing mostra alla telecamera il logo stampato del PdL. Solo una volta legge, il presunto ordine del giorno di uno dei suoi primi Consigli dei Ministri, per il resto del tempo usa quelle carte per accompagnare la sua gestualità. Bersani adotta una strategia diversa. Sembra quasi stare scomodo, seduto in punta di poltrona, come uno studente in tensione per un esame. Tiene in mano gli occhiali, rigorosamente piegati, che ondeggiano assieme al movimento delle sue mani, ma non mostra mai dei documenti: non ha bisogno di supporti, il contenuto del suo programma è al sicuro nella sua mente.

 

La prima domanda rappresenta il “claim” di ogni leader: i sacrifici di Monti (che per il Presidente del Consiglio uscente non debbono “essere bruciati nel falò delle promesse elettorali”; la promessa di restituire l’IMU per Berlusconi, lo scouting nei confronti delle forze del MoVimento 5 Stelle che intende fare Bersani. Due elementi importanti emergono da questo calcio d’inizio: due dei leader hanno uno slogan ben definito e riconoscibile, il terzo, Bersani, viene interpellato sull’ultima affermazione interessante; segno di una campagna che non ha brillato per l’imposizione di temi al dibattito pubblico. Berlusconi, al contrario, è così saldamente in testa dal punto di vista della riconoscibilità del programma da potersi permettere di sviare sulla prima domanda, parlando anzitutto contro Monti e solo poi rientrando nell’alveo dell’intervista.

 

Nel “lungo periodo” dell’intervista, la situazione si rovescia: Bersani ha un tema chiaro sul quale battere, il lavoro, e porta su quel tema quattro delle nove domande che gli vengono poste, mettendo sul tavolo declinazioni anche innovative, come l’economia verde e l’equazione tasse = “marchingegni per creare lavoro”. Berlusconi ha un interesse particolare, tanto forte da occupare anche parte dell’appello finale: gli elettori non devono assolutamente votare per i partiti piccoli, o per Grillo, perché è la via per mandare al governo la sinistra. Le tasse sono naturalmente l’argomento prevalente, cinque domande su nove, ma l’attenzione del Cavaliere è all’attacco, e non solo della sinistra: ha scoperto infatti quali sono le vere 5 Stelle: Bersani e Vendola certo, ma anche e soprattutto Monti, Casini e Fini. Una performance pienamente rispondente al personaggio, dunque – riesce perfino a strappare qualche risatina ad un pubblico che il programma prevede di mostrare brevemente ma di tenere nel più assoluto silenzio, quando criticando il redditometro dichiara di aver temuto che i suoi avversari al governo volessero mettere l’IMU anche sulle cucce dei cani. Ma anche una prova complessivamente penalizzata dalla focalizzazione sull’attacco più che sulla promessa, forse data già per acquisita. Frammentato al massimo Monti, che parla di equilibri parlamentari, del ruolo e delle ingerenze dell’Europa, dei giovani e del lavoro, delle tasse, perfino dei matrimoni gay, ma senza che emerga un “suo tema”.

 

Ultimo capitolo, gli appelli al voto. Monti, cambiando decisamente pagina rispetto al resto dell’intervista, ostenta impreparazione televisiva chiedendo conferma di quale sia la telecamera da guardare, ma poi dimostra un’apprezzabile capacità retorica nella “chiamata” anzitutto delle donne e poi dei giovani; solo dopo aver chiesto a questi cluster di esprimere, in qualunque forma, la loro voglia di riscossa (non ribellione, non protesta), cede all’enunciazione degli slogan ormai noti (la diversità dai partiti tradizionali, l’aver fatto quello che i partiti tradizionali non avevano il coraggio di fare). Berlusconi rovescia l’andamento dell’intervista, mettendo sapientemente al primo posto la “religione della libertà”, anzitutto fiscale, e solo poi tornando ad attaccare quelle forze che potrebbero portar via voti alla sua coalizione dei moderati e favorire la vittoria della sinistra. Bersani gioca finalmente la carta della premiership certa del centrosinistra vs. le lotte intestine visibili e invisibili che hanno impedito agli altri grandi soggetti in campo di dichiarare immediatamente e senza esitazioni un candidato a Palazzo Chigi, ma al tempo stesso chiude con un appello all’unità, al raggiungimento del due terzi dei rappresentanti per poter governare bene, che lascia il fianco scoperto alle ipotesi incerte di coalizione.

 

Tutta la campagna in due ore e mezza. Se non sono state due ore e mezza stimolanti, chiediamoci a che tipo di campagna abbiamo assistito nell’ultimo mese.

  di Christian Ruggiero