Il Comico e il Conduttore

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Giovedì 10 gennaio 2013: Silvio Berlusconi ospite a Servizio Pubblico. Un vero e proprio media event, che segna il ritorno in scena a tutto campo del Cavaliere anche a costo di entrare “nella tana del lupo”, e che merita una cronaca a caldo, anticipatoria dell’analisi del panorama dei talk che l’Osservatorio Mediamonitor Politica  condurrà nei trenta giorni precedenti il voto. 

 

I due contendenti si scrutano con cura, come nella boxe, per richiamare una celebre metafora di Omar Calabrese, consapevoli della valenza politica ma anche telepolitica del match. Santoro inizia in maniera cauta, incalza tiepidamente, Berlusconi replica e si mostra assai tollerante nelle poche interruzioni, malgrado faccia trasparire vaghi accenni di nervosismo. Il Cavaliere dimostra la sua natura di showman, sdrammatizzando con battute (ad esempio, sulla sua età) e trovando lo spazio per provocare e delegittimare il conduttore nel vivo della trasmissione – assume un tono canzonatorio mettendo in dubbio la preparazione di Santoro, chiedendogli se abbia frequentato le scuole serali. Non minaccia mai di andarsene, chiede di replicare e gli viene permesso. Attende pazientemente l’occasione di precisare il suo pensiero, lasciandosi, più di quanto ci abbia abituato negli ultimi anni, condurre da un Santoro modigerato, meno aggressivo del solito e convinto di poter gestire la situazione senza fare troppa pressione sull'ospite.

Il Comico replica moderatamente ai colpi di Travaglio sul suo primo intervento (I complotti), risulta meno credibile e convincente nel secondo (Frequentazioni e candidature), chiude con una caduta inspiegabile, premettendo che la "lettera a Travaglio" è stata scritta dal suo entourage (offrendo il fianco ad attacchi di Santoro successivi). Parallelamente, Santoro perde tutto il suo aplomb proprio durante la "lettera a Travaglio", passando i minuti successivi a pianger il tempo perduto, perdendone a sua volta.

 

Il passaggio di Berlusconi dalla poltroncina dell’ospite alla scrivania del conduttore rappresenta la climax della puntata, il momento in cui l’ex premier assume su di sé un protagonismo con ogni probabilità fuori dagli accordi interni che hanno regolato l’ospitata. Nel corso di questa normal">improvvisazione, entrambi i contendenti perdono un po’ il controllo – Santoro sente su di sé la responsabilità di difendere Travaglio, passato momentaneamente e inusitatamente da accusatore a imputato, ed eccede in irruenza, Berlusconi compie qualche ingenuità (come l’affermazione di non aver mai chiamato il centralino di Mediaset, rispetto alla quale Santoro ha buon gioco a ribattere immaginando canali più diretti di comunicazione con l’azienda di famiglia), e con il gesto di pulire la sedia temporaneamente ceduta al suo avversario prima di rioccuparla compie un’oggettiva caduta di stile.

 

Un duello, in fin dei conti, chiuso in pareggio, tra le debolezze dell’uno e dell’altro contendente, che lascia sul campo una sola certezza. Al si là degli effetti “politici”, difficilmente misurabili in questo momento, l’evento mediale del 10 gennaio ha rappresentato un godibile momento di televisione politica, un confronto rilassato fra due “grandi vecchi” delle arene televisive infiammatosi con una chiusa che può accontentare, anche se solo in parte, il bisogno espressivo della vis polemica di entrambi, e le aspettative del pubblico in questo senso.  

Santoro oggettivamente non ha messo in gravissima difficoltà il suo ospite, ma è riuscito a tenerlo sullo sedia per tutto il tempo della trasmissione (salvo che per la coda di Vauro, e naturalmente con la parentesi della “letterina a Travaglio”). Berlusconi ha unito una performance complessivamente brillante a momenti di inaspettata “serietà” – la spiegazione dell’iter di un disegno di legge rappresenta un momento in cui il Cavaliere è “virtuosamente” salito in cattedra per spiegare qualcosa agli italiani.

In conclusione, un momento rivitalizzante per una telepolitica il cui certificato di morte è stato compilato troppo in fretta. A costo di concedere qualcosa di troppo alle logiche della telerissa e dell'accordo tra i due mondi della politica e della piazza mediale. 

 

di Valerio Fuscaldo, Daniele Pitrelli, Christian Ruggiero