Teorie e tecniche del fuorionda

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Ancora Giovanni Favia. Dopo la polemica estiva sulle ospitate a pagamento in radio e Tv regionali, e sulla stessa opportunità per un “grillino” di andare in Tv, il consigliere regionale del MoVimento 5 Stelle torna al centro della cronaca politica per un “fuori onda” in cui condanna duramente la mancanza di democrazia all’interno del movimento di Grillo.

 

La storia si dipana a partire dalla fine della prima settimana di settembre: giovedì 6 la trasmissione de La7 “Piazza Pulita” celebra il suo ritorno in onda pubblicando l'intervista di Gaetano Pecoraro a Favia e il relativo fuorionda, in cui il consigliere confida al giornalista che, dietro la “democrazia della Rete” di facciata, nel MoVimento le decisioni vengono prese verticisticamente, e per l’esattezza da Gianroberto Casaleggio, vera “mente” della “operazione Grillo”. Sabato 8 Favia posta un tweet rivelatore del frame che intende dare alla vicenda: “Non ho nessuna intenzione di andare nel PD, l’m5s è sempre stata ed è la mia casa. Che fai mi cacci?”. Una frase, quest’ultima, che inequivocabilmente invoca la sfida di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi il 22 aprile 2010, alla Direzione nazionale del Pdl.

Le assonanze non si chiudono qui: è proprio in un “fuori onda” che il Presidente della Camera esprimeva, in un periodo in cui la contrapposizione con il leader del Popolo della Libertà non era ancora così accentuata, e precisamente il 6 novembre 2009, le prime posizioni radicalmente antiberlusconiane, in uno scambio di battute con il procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi alla giornata conclusiva del “Premio Borsellino” a Pescara.

 

La differenza, non trascurabile, è nella natura del “fuori onda”: un classico quello di Fini, frasi mormorate ad un vicino di banco ignorando (così si suppone) che i microfoni, aperti, cogliessero ogni sospiro, ogni accusa di cesarismo verso un leader che confondeva l’investitura popolare con l’immunità nei confronti di accuse, all’epoca quelle del pentito di mafia Gaspare Spatuzza, che potevano portarlo verso la ghigliottina, inevitabile destino dei tiranni. Molto diverso quello di Favia: è il consigliere stesso, nel video pubblicato da La7, a offrire un “supplemento d’informazioni” in un contesto più appartato, offrendo al giornalista un caffè. E in effetti, le dichiarazioni choc hanno per sottofondo i più classici suoni di tazzine contro piattini e portafiltro sbattuti per svuotarli dal caffè esausto. Il che porta qualche freccia in più all’arco di quanti sostengono che il “fuori onda” fosse in realtà concordato. Un’ipotesi non priva di fondamento: da un lato, secondo la stessa lettura che chi scrive ha dato del “caso Fini”, costruire una immagine “avversaria” di sé attraverso dichiarazioni ostentatamente “rubate” può essere un’eccellente prova generale di una più netta e “aperta” strategia di posizionamento. Dall’altro, sarebbe ingenuo per un politico pensare di offrire simili rivelazioni a un giornalista e non incappare nei rischi della visibilità che, entro gli studi mediologici, sono stati ben evidenziati tanto da Meyrowitz (1985) quanto da Thompson (1995).

 

Ma c’è un altro aspetto di grande interesse, che inquadra il secondo Favia-gate in continuità col primo: tra le varie accuse del consigliere, spicca una valutazione politico-mediale. “[…] ma loro stavano già andando in crisi con questo aumento di voti [l’intervista avviene a ridosso delle Amministrative di maggio, ndr] … come si sono salvati? Con il divieto di andare in Tv. Io da Santoro me la sono cavata, ma applicando un veto, ho preso anche l’applauso ma… mi è anche costato dire quello che non pensavo, no?”.

Ancora Giovanni Favia, e ancora la contrapposizione tra due “strategie mediali” interne al MoVimento, quella “purista” che vorrebbe una comunicazione tutta basata sulla capillarità della Rete, e quella “eterodossa” che sostiene la necessità di calcare le scene dei palcoscenici televisivi, anche a costo di scontrarsi con le conseguenze inattese della media logic.

 

Per ora, a dimostrazione della sua perizia di mediaman, Favia sfrutta a sua difesa i diversi canali offerti dai SNS secondo le loro possibilità: un lungo sfogo su Facebook, (“A prendermela col giornalista sarei ridicolo. La colpa è mia. Due anni in mezzo agli squali non mi hanno fatto crescere sullo stomaco tutto quel pelo che serve per reggere la pressione che c’è oggi intorno al MoVimento.”), e un attacco ben più incisivo e virale su Twitter. Cosa porteranno in termini di riposizionamento politico, dentro e (chissà) fuori del MoVimento, le “incaute” dichiarazioni di Favia, il tempo e il dispiegamento delle forze in campo in vista delle Politiche potranno dirlo.

  di Christian Ruggiero