Il MoVimento Personale?

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“La personalizzazione dei partiti non è solo […] un fenomeno di vertice. Si è insinuata anche dal basso, rinvigorendo l’antica tradizione italiana del particolarismo. Accanto ai macro-leader nazionali, si sono moltiplicati a centinaia i micro-capi locali che fanno ormai squadra a sé. L’Italia dei grandi partiti appare definitivamente alle spalle, e non sarà certo il tramonto di Berlusconi a farla resuscitare”.

Chissà se Mauro Calise, aprendo due anni fa con queste parole la versione aggiornata de Il partito personale (2010, p. VII), immaginava che il personaggio che, assieme alla scena politica italiana, aveva monopolizzato anche l’uso dell’espressione partito personale, Silvio Berlusconi, sarebbe stato costretto poco più di dodici mesi dopo ad un esilio “volontario” dal governo del paese. E soprattutto che ma che quelle parole sarebbero, venti mesi dopo, tornate utili a descrivere un fenomeno nuovo della politica italiana che risulta, in fondo, dal combinato disposto di due elementi che sono anche le fondamenta teoriche de Il partito personale: la personalizzazione della politica e il nuovo ruolo degli amministratori locali.

Dalle Amministrative del 2012 i partiti escono, almeno nella narrazione mediale, tutti sconfitti; esemplare al riguardo l’editoriale di Bruno Manfellotto su L’Espresso del 31 maggio (Stavolta non ha vinto nessuno): “Si dirà che un vincitore c’è e si chiama Beppe Grillo, e certo non gli si può negare l’onore della scena. Ma forse alla fine ha trionfato più per il messaggio che manda ai vecchi partiti che per aver strappato al centrodestra una città simbolo come Parma. Osservazione che si potrebbe fare anche a proposito dell’astensione […]”. Ma l’interesse nell’evoluzione prossima ventura del MoVimento 5 Stelle non sta solo nella percentuale di consensi che sembrerebbe già in grado di strappare alle eventuali consultazioni politiche, né nelle strategie che i partiti “tradizionali” possono mettere in campo per fermare l’emorragia di voti. Sta prima di tutto nell’analisi delle dinamiche di consolidamento della micro-leadership che i sindaci “grillini” stanno, sin dalla prima settimana dalla loro elezione, mettendo in scena.

Scrive ancora Calise (2010, p.4): “l’autonomia che i sindaci rivendicano e difendono nei confronti delle ingerenze della nomenclatura romana, forti del proprio bacino di consensi, facendo, fin che dura il mandato, partito a sé”. Una capacità che avrebbe via via contagiato tipi (tecnicamente) molto diversi di presidenti: di Regione come del Consiglio dei Ministri. A cavallo del passaggio di millennio, di fronte all’usura sempre più chiara dei partiti in quanto organizzazioni di trasmissione delle domanda sociale, col compito di tradurla i atti legislativi e di governo, insomma al tramonto dei dinosauri, “i nuovi sindaci avevano sfruttato – e resuscitato – le identità locali, la tradizione civica, trascurata ma mai sopita, dei mille campanili italiani. E lo avevano fatto grazie al rilancio di un rapporto capillare con i cittadini […] I media avevano a loro volta contribuito alla personalizzazione della campagna dei sindaci, sia con la copertura giornalistica tutta centrata sulle doti individuali, sia con gli accesi duelli tra i candidati sulle televisioni locali” (Calise, 2010, p. 64). Personaggi come Bassolino e Rutelli si trovano così a governare in solitudine, consci del fatto che “Il solo partito di cui possono pienamente e coerentemente disporre è formato dalla propria persona” (Ivi, p. 78), e che il rovescio della medaglia della loro sovraesposizione mediale è costituito dal dover accettare anche il rinnovato ruolo di watchdog che i giornalisti si attribuiscono nei loro confronti.

Nel 2012, i partiti-dinosauro vivono forse il punto più aspro della propria agonia, e la desolazione creata dalla sfiducia nei loro confronti ha un ruolo di primo piano sia nel trionfo dell’antipolitica che in quello dell’astensionismo. I media si concentrano quindi sui vincitori almeno morali, Grillo e i “grillini alla prova del governo”, primo fra tutti Federico Pizzarotti, neosindaco di Parma. Che nelle sue dichiarazioni – e nel suo tentativo di smarcarsi da quell’etichetta di “grillino” che sembra andargli decisamente troppo stretta – evidenzia proprio il rapporto con il territorio e la propria solitudine al comando. E con sempre maggiore verve. “Grillo ha pesato, ma abbiamo vinto anche noi” (Parma a Pizzarotti. Un “grillino” alla prova del governo, in L’Unità, 22/05/2012). “Grillo? ‘Non l’ho ancora sentito, ma penso mi farà i complimenti’. E lei lo ringrazierà… ‘Senza di lui non sarei qui, ma la gente ha votato me. Lui smuove solo la terra, come un aratro’” (Pizzarotti in tre mesi sbanca e con i voti del centrodestra inaugura la Terza Repubblica, in la Repubblica, 22/05/2012). “’No guardi, non ha vinto Grillo. Ho vinto io. Lui ha seminato, ma poi il lavoro vero lo abbiamo fatto sul territorio’. Già non si sente più grillino? ‘Grillo avrà meno importanza di prima. Non gli chiederò consiglio sui come si gestisce Parma, e non credo me li voglia dare. E poi, non condivido il termine grillino’” (“Ho vinto io, non Beppe e non voglio i suoi consigli”, in Il Messaggero, 22/05/2012). “Grillo ha detto che l’inceneritore non si farà ‘Quella è la direzione, ma se saremo costretti a scelte drastiche, le farà la città, non le decideremo noi in giunta e neanche Grillo’ […] ‘Grillo ha aperto una strada, ma a Parma hanno eletto noi’” (“La politica è una cosa bella sono i partiti che non ci servono. Grillo? Parma ha eletto noi, in la Repubblica, 23/05/2012). Infine, sul “veto” del leader del MoVimento alla scelta di Valentino Tavolazzi come direttore generale, “Molti media hanno cercato di metterci in bocca parole non nostre ed hanno cercato di minare il nostro rapporto con Beppe che da sempre è buonissimo” (Tra Grillo e Pizzarotti è scontro sulle nomine, in La Stampa, 25/05/2012).
Inoltre, nella delicata gestione di questo momento di consolidamento della propria leadership Pizzarotti deve non solo mediare con i “vertici” del MoVimento, ma gestire le prove generali di quella verifica costante dell’operato degli amministratori che un movimento fondato sulle dinamiche di Rete promuove e vanta come tratto caratteristico, e che dovrebbe rappresentare l’evoluzione e la disseminazione del ruolo di watchdog dei media: “Caro Pizzarotti – scrive Alessandro D. – a Parma hanno vinto i cittadini. Tu in questo momento hai la loro fiducia, ma non dimenticare mai l’importanza del lavoro di Grillo” (I militanti 5 stelle già criticano Pizzarotti, in La Stampa, 24/05/2012).

La “prova del governo” a livello locale per gli esponenti del MoVimento 5 Stelle, dunque, rappresenta un laboratorio perfetto di messa alla prova delle strategie di personalizzazione e credibilità esibite dagli esponenti del virtuale “partito dei Sindaci”. Ma offre anche elementi ben più importanti dei dati di sondaggio rispetto alle possibilità del MoVimento di entrare con successo sulla scena pubblica nazionale, elementi utili ad un’ampia riflessione di taglio mediale e politico.

Sul primo versante, è importante ricordare che l’identificazione del termine partito personale con la vicenda politica di Silvio Berlusconi è giustificata dal fatto che il Cavaliere ha saputo affrontare, con tecniche seduttorie assai simili a quelle dei sindaci mediatici, “un’audience di dimensioni nazionali, fare arrivare il proprio messaggio a decine di milioni di cittadini in ogni angolo della penisola” (Calise, 2010, p. 64) attraverso lo strumento insostituibile della televisione.
Come i suoi candidati, Grillo ha condotto la sua campagna nelle piazze reali e sulla Rete, sfruttando la televisione solo in funzione di amplificatore del suo messaggio apertamente antipartitico – e quindi di grande appeal nel periodo del minimo storico di fiducia all’istituzione-partito. Formalmente, Internet può avere un ruolo altrettanto potente nel veicolare una campagna nazionale, tuttavia è anche vero che “la Rete è in grado di produrre significative fiammate di partecipazione, ma al tempo stesso non sembra aver ancora dimostrato una vera capacità di consolidamento nei momenti di ‘routine’ del processo politico” (Morcellini, 2011b). Allo stesso tempo, non è del tutto escluso che tanto i partiti quanto i media informativi tradizionali, “scoperto” il gioco di Grillo, non preparino opportune contromisure – per i telegiornali, ad esempio, il solo fatto di rinunciare al frame dell’alternativa ai partiti tradizionali potrebbe essere un’arma di notevole impatto contro il nuovo Comico della politica. E il modo in cui il controllo costante degli internauti sul loro operato vincolerà l’azione dei sindaci “grillini” offrirà elementi interessanti di verifica sulla capacità del mezzo di ritorcersi contro i suoi più geniali utilizzatori.

Sul versante più propriamente politico, un doppio movimento comincia ad intravedersi, le cui conseguenze potranno essere valutate solo nel lungo periodo. La condotta dei rappresentanti del MoVimento 5 Stelle eletti a Primi Cittadini inciderà necessariamente sull’appeal del MoVimento stesso, ma più di tutto sarà oggetto di dibattito la sfida della personalizzazione già in atto tra Grillo e Pizzarotti, le modalità in cui il secondo saprà emanciparsi dal suo leader senza sconfessarlo, e il primo saprà tenere il “suo” Sindaco nel solco tracciato – in quanto aratro – senza apparire una Grande Fratello postmoderno e scarmigliato.

di Christian Ruggiero