LegaTalk: il fascino indiscreto dei rituali di degradazione.

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Nelle prime battute della puntata di TvTalk di sabato 14 aprile 2012 stanno, come d’altronde ben si addice a un programma pensato per fare “metatelevisione”, tutte le coordinate fondamentali di quello che, in un immaginario forse superato, si sarebbe chiamato Lega-gate.

Massimo Bernardini introduce l’argomento della prima parte della puntata con una nota quasi nostalgica di contestualizzazione della “settimana di passione” della Lega Nord: “abituati alla freddezza di Monti e compagnia, una settimana così bella di pancia, con di mezzo corruzione, dimissioni, espulsioni sembrava scomparsa dalla Tv”. Gianluigi Paragone sostiene che la puntata de L’ultima parola sullo scandalo finanziamenti poteva essere costruita settimane prima con gli ingredienti forniti dall’ex tesoriere della Margherita Lusi, ma “ci vuole un leader messo in discussione, che è Bossi”. Andrea Vianello introduce immediatamente un correttivo: nella sua Agorà non potrebbe non esserci spazio anche per “il mondo della Padania, la pancia della Lega, i barbari sognanti, tutto un immaginario; c’è stata persino la strega, e qualcuno ha accusato noi media di averla creata”. Per Corrado Formigli, che con Piazza pulita ha coperto sia le dimissioni a caldo di Umberto Bossi che il dibattito successivo, “la cosa bella è che è una storia dove ci sono i buoni e i cattivi; che poi non sappiamo davvero chi sono i buoni e chi sono i cattivi, però ci sono i buoni e i cattivi, con la faccia da buoni e con la faccia da cattivi, e questo è un modo divertente e interessante di raccontare la politica”.

Ognuna di queste affermazioni aggiunge un tassello ad un puzzle che sembra rappresentare uno scenario politico e televisivo pronto per una frattura degna di quella tra la Prima e la Seconda Repubblica, o viceversa per cancellare la discontinuità segnata dal governo di programma guidato da Mario Monti, e quindi la presunta uscita dal “quasi-ventennio berlusconiano”.

Anzitutto, la ritrosia del sistema dell’informazione, e si può supporre anche delle audience (anche se la composizione di queste ultime è certamente più sfuggente che nel 1994) ad accettare una comunicazione politica “istituzionale”. Termine che nell’epoca dell’identificazione delle istituzioni con i leader politici che ne occupano il vertice (Calise, 2000, 2010) ha significato la nascita dello Stato-spettacolo (Debray, 2003) come conseguenza inattesa della politica spettacolo (Statera, 1986). Che lo stile “montiano” ha rapidamente riportato in un alveo più tradizionale, con conseguenze sistemiche oscillanti tra il polo del rischio e quello dell’opportunità per i destini della via italiana alla politica (Nocera, 2011). E che il discredito gettato sull’operato del governo di sistema da una gestione di crisi all’insegna della tassazione e del sacrificio ha contribuito a rendere inviso oltre che “freddo”. Se i mediattori della piazza virtuale hanno ancora qualche influenza sulla pubblica opinione che in quella piazza dovrebbe essere rappresentata, è legittimo pensare che lo scenario sia pronto per l’entrata in scena di un leader che si caratterizzi, ancora una volta, anzitutto per opposizione con la gestione precedente, che punti sul sistema metaforico del sogno per allontanare gli italiani da una realtà indesiderabile (Amadori, 2002). Che sappia giocare con elementi presi da immaginario decisamente pre-politico che è poi quello evocato da Vianello, caratterizzarsi come l’eroe di una favola bella (Abruzzese, 1994) fatta di buoni e cattivi come quella che ha ritrovato con gusto Formigli, creare nuovamente gli spazi per rendere seduttiva la politica in televisione, in un revival della discesa in campo delle emittenti pubbliche e private nel ’94 (Morcellini, 1995).

Un secondo elemento si impone sulla scena, e meriterebbe di essere approfondito con un occhio al passato prossimo del ruolo politico dei media più che alla cronaca della crisi politica attuale, in cui i media sembrano preferire ritagliarsi il ruolo di storyteller più che quello di protagonisti. I rituali di degradazione (Giglioli, Cavicchioli, Fele, 1997) che i processi mediatici per antonomasia, quelli che hanno accompagnato l’operato del pool di Mani Pulite, hanno saputo realizzare, sembrano aver perso di profondità. Forse per l’appiattimento delle motivazioni e delle reazioni dei politici sulla scena. Giglioli individuava ben cinque diversi frames: Mani Pulite, o della corruzione nella vita pubblica italiana; Il reo confesso, o dell’assunzione di responsabilità nei confronti di una prassi di cui viene rivendicata la normalità; Io non ne sapevo niente, o della distinzione tra amministrazione e direzione del partito, e della chiamata di innocenza della seconda; La democrazia ha dei costi, o della necessità di tenere in vita, anche a costi sempre più insostenibili, i partiti in quanto strumenti di democrazia; Ma, per l’amor di Dio, sì, o dell’accettazione di finanziamenti illeciti per la sopravvivenza di una forza politica osteggiata da tutti. Quindici anni dopo, e al netto di operazioni di “pulizia” all’interno del partito messe in scena con maggiore o minore efficacia, le risposte della scena politica allargata che viene tirata in ballo da scandali che hanno caratteristiche assai simili si aggregano attorno al nucleo tematico Io non ne sapevo niente, un tempo prerogativa democristiana.

Di fronte al riproporsi di una grande frattura nella morale politica italiana, quella tra “rubare per il partito” e “rubare per sé”, nessun politico sembra avere il coraggio di un’ammissione strategica di colpa, come l’ebbe proprio Umberto Bossi, incarnando l’ultima e più rischiosa delle categorie individuate da Giglioli. E nessun media-man sembra voler prendere parte attiva al nuovo processo mediatico. Relegandosi al ruolo di spettatori, o tutt’al più offrendo ad uno dei protagonisti il palco per confermare un potere dell’informazione che ha un sapore sempre più retorico. Come Bruno Vespa, dal cui longevo tele-salotto Rosy Mauro poteva affermare, il 10 aprile, “È giusto che la gente mi conosca, e lei sa Direttore quante volte mi ha invitato e io non sono mai venuta perché ho sempre scelto un altro modo di comunicare, essendo anche segretario del Sin.Pa., e forse ho fatto male, perché in questi giorni mi sono resa conto di che potere ha l’informazione. Quindi credo di avere il diritto di difendermi, e lo farò anche in Aula, perché io ho tutte le prove per poter rispondere a tutte le domande”.

di Christian Ruggiero