Telepolitica, i rischi della rottamazione

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Evidentemente, la “luna di miele” con i media non vale per i governi tecnici: sotto gli ulivi del governo Monti, infatti, non sembra esserci pace. I primi giorni di dicembre si riempiono di una polemica nuova, dopo quelle derivate dai molti annunci di sacrifici economici in nome del pareggio di bilancio e del rispetto delle richieste dell’UE: una polemica che riguarda la partecipazione del Premier alla trasmissione Porta a Porta.

Il quotidiano la Repubblica dedica alla notizia addirittura il richiamo in prima pagina: “Critiche a Monti ‘Un errore spiegare le misure da Vespa’”. E all’interno, in due intere pagine, Goffredo De Marchis racconta la “Bufera su Monti a ‘Porta a Porta’”, Michele Serra ironizza su “L’errore della continuità”, e Filippo Ceccarelli offre una ricostruzione del vespismo sotto il titolo “La prima volta del Professore nel tele-salotto addomesticato delle promesse berlusconiane”. Più moderato il Corriere della Sera, che nello stesso giorno dedica una “spalla” della quinta pagina alla notizia, preferendo il commento alla cronaca e intervistando quindi il conduttore, che virgolettato nel titolo spiega ad Alessandro Trocino “È stato semplice. Manovra d’impatto, per il governo è urgente spiegare”.

Il cuore della polemica prettamente politica è nel richiamo del Presidente della Repubblica, che ricorda prontamente al capo del governo la primazia dell’arena reale rispetto a quella virtuale e la necessità quindi di illustrare la manovra economica prima al Parlamento e poi alla “Terza Camera”. Richiamo al quale peraltro Monti prontamente si allinea, così che la crisi viene rapidamente superata dalla sua stessa soluzione.

Ma la polemica politico-mediale sta in un passaggio del già citato articolo di Serra: “Niente come quella poltrona bianca, come quel padrone di casa cordiale e compiacente, rappresentano il primato del Palazzo sulla società. Esattamente agli antipodi della Piazza santoriana, c’è la Poltrona vespiana: e se nessuno, neppure il più illuso dei fan, può mai concepire un Mario Monti che illustra i suoi severi calcoli direttamente al popolo dolente e tumultante, va detto che neppure il più prevenuto dei detrattori poteva immaginare un Monti così romanamente poltronizzato, e così rapidamente fagogitato”. Segue la ricetta per una corretta tele-visione dell’operato del governo in carica: “Una conferenza stampa bene organizzata, in una sede più consona a un governo di emergenza nazionale, con vere risposte e vere domande […] insomma ospitando le telecamere invece che andando a presentarsi umilmente al loro cospetto”.

Se la prima fattispecie di critiche (quelle condivise anche dal Quirinale) è pienamente condivisibile, sulle seconde (quelle culminanti nella ricetta proposta da Serra), è possibile vedere più di un rischio.

Anzitutto, la rinuncia al palcoscenico della telepolitica non solo implica il rifiuto di una delle “prove” che un governo è chiamato a superare per guadagnare la piena legittimazione in un’epoca in cui, lo si voglia o no, la politica è largamente mediatizzata (Livolsi, Volli 1997). Implica anche la rinuncia a tentare di “piegare” il racconto della politica in televisione nel modo più coraggioso: imponendo la propria presenza nelle arene esistenti piuttosto che crearne ad hoc. Le numerose critiche rivolte verso il format Leader a confronto, che nel 2006 ha rappresentato la “risposta” di Romano Prodi allo strapotere video politico berlusconiano, ha costituito un’esperienza tutto sommato poco gratificante sia per la politica che per il giornalismo (Antenore, Bruno, Laurano 2007; Morcellini 2011). E la “conferenza stampa ben organizzata” invocata da Serra rischierebbe di sortire gli stessi effetti, anzi ancor più frustranti vista la minore tele-esperienza dell’attuale Premier. E non necessariamente gli uffici della Presidenza del Consiglio rappresenterebbero un setting meno opulento delle bianche poltrone di Vespa.

In secondo luogo, un tentativo di demolire la telepolitica privandola dell’ossigeno che la presenza degli esponenti del governo indubbiamente rappresenta potrebbe al tempo stesso fallire e peggiorare la qualità del racconto della politica in televisione. Nelle settimane successive alla caduta del IV governo Berlusconi, i talk non si sono certo fermati, né si sono rapidamente riconvertiti al puro entertainment; piuttosto, si sono riempiti di esponenti del governo decaduto e dell’opposizione ringalluzzita che hanno avuto buon gioco a farsi, proprio con quei conduttori compiacenti, grandi giocatori di carte pronti a raccogliere il frutto della vittoria col “morto” della partita, ossia il governo Monti e i suoi rappresentanti.

Infine, una simile strategia potrebbe avere delle conseguenze impreviste. Se la televisione, pur negli anni del suo declino, resta un elemento fondamentale della costruzione dell’immaginario politico e delle scelte di voto degli italiani (Prospero, Ruggiero 2010; Morcellini, Fazzi, Iannelli 2010), tentare di invertire una tendenza che affonda le radici almeno negli anni Ottanta del XX Secolo potrebbe avere come risultato principale lo stimolo di un appetito tele-politico degli italiani. E di conseguenza, una “nuova giovinezza” sia per i formati della telepolitica che per quei soggetti che hanno saputo costruire il consenso dai loro salotti e dalle loro piazze.

Più coraggioso, e al tempo stesso più prudente, più saggio, anche se al tempo stesso forse più sconsiderato, sarebbe piuttosto per Monti e per i suoi ministri, che hanno certamente la necessità di rendere il loro operato il più trasparente possibile (e la trasparenza dello schermo televisivo resta ancora l’unica garanzia disponibile per ampie fasce di cittadini italiani), calcare con moderazione (in tutti i sensi) tanto i soffici pavimenti dei tele-salotti quanto le dure pavimentazioni delle tele-piazze. E cercare di superare la prova.

di Christian Ruggiero