Riti abbreviati di degradazione

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“I processi di delegittimazione politica sono prodotti da cause strutturali, ma, per essere efficaci, devono essere codificati simbolicamente, cioè devono essere espressi a livello culturale. Uno dei momenti culminanti di tale codifica simbolica si verifica quando coloro che detengono il potere vengono spogliati delle insegne dell’autorità. Spesso ciò avviene attraverso vere e proprie cerimonie di degradazione in pubblico che, nel distruggere l’identità sociale degli ex potenti, ricostituiscono ritualmente la collettività minacciata dal processo di delegittimazione e riassumono complesse forme di mutamento politico fissandone il significato in maniera univoca” (Giglioli, Cavicchioli, Fele 1997, p. 15).

Con questa lunga e significativa citazione, Isabella Pezzini apre la sua analisi sociosemiotica della cattura e del processo a Saddam Hussein (Pezzini 2008). Un’analisi che torna di stretta attualità nei giorni della fine del dittatore libico Mu'ammar Gheddafi, con alcune significative differenze.

Come sottolinea Pezzini, “la cattura di Saddam e soprattutto le modalità della sua resa pubblica hanno segnato un punto fermo e il rilancio di una guerra per immagini-choc particolarmente cruenta” (Ivi, p. 128). Della quale immagini-denuncia avevano mostrato aspetti che non avrebbero dovuto essere visti (come le bare dei soldati morti in Iraq). E che si concludeva idealmente con l’ostensione delle immagini-prova decisive, quelle del dittatore scovato, catturato e preparato per il processo. Foto che “hanno assunto una funzione precisa e preponderante all’interno di un rituale di degradazione più ampio, voluto dagli americani, e così evidente al momento dell’uscita sui mezzi di informazione da provocare dibattiti sulla sua opportunità etico-politica” (Ivi, p. 131).

Si crea quindi una successione narrativa coerente, il cui protagonista è ritratto prima come un clochard irriconoscibile estratto dalla buca-rifugio in cui si nasconde. Poi come un “morto vivente” sottoposto alle visite mediche necessarie anche per saggiarne la reale identità attraverso l’analisi del DNA – un despota degradato, un uomo che “è clinicamente vivo, è lui ma non è più lui” (Ivi, p. 140). Infine come un combattente rinato, sbarbato, pettinato e pronto per un processo in cui appare “smagrito, ma curato nella persona; la barba spuntata e i capelli ben avviati, un abito grigio con la camicia aperta sul collo; e, soprattutto, uno sguardo sveglio, vivo; e la battuta pronta, sferzante nel rispondere al giudice” (cit. in Ivi, p. 149).

Il finale di questa narrazione, a cui Pezzini dedica coerentemente meno spazio in quanto momento diversamente documentato dagli altri e di diverso significato simbolico, sembra però rappresentare il punto di snodo tra le strategie di messa in scena della fine di un dittatore nel racconto mediale contemporaneo. Il fiume di opposti sentimenti suscitati, tra il 2003 e il 2004, dalle immagini del dittatore dalla cattura al processo rischia di prendere un corso imprevisto, e finanche di sancire una sorta di “ritorno di Saddam”. Un simile rischio è evitato dalla diffusione, nel gennaio del 2006, del video della sua impiccagione. Per certi versi inaspettata, e certamente ricca di elementi propri del “rituale di degradazione” di cui parlano Giglioli, Cavicchioli e Fele: lo scherno cui venne sottoposto il condannato poco prima dell'esecuzione, la professione di fede islamica di Saddam bruscamente interrotta dall’aprirsi della botola, i festeggiamenti dei presenti, l’inquadratura del volto senza vita del dittatore. Una nuova e definitiva spoliazione delle insegne di autorità, una distruzione dell’identità del condannato e una rivendicazione identitaria della collettività che sopravvive al dittatore ucciso, espressa nell’inneggiare, da parte degli esecutori, al leader politico e religioso Muqtada al-Sadr.

Questa articolata narrazione, corrispondente al complesso iter militare-giudiziario che ha segnato la fine del dittatore iracheno, è stata nei fatti sostituita, nella chiusura dell’avventura politica del dittatore libico e nel suo racconto sui media internazionali, da una sorta di “rito abbreviato”, che certamente ha rappresentato una efficientissima barriera contro la possibilità di un “ritorno di Gheddafi”.

Le diverse fasi della guerra civile libica, infatti, sono state caratterizzate da una costante ostentata sicurezza del dittatore, che tanto nella fasi di avanzata dei rivoltosi e delle forze alleate quanto in quelle di controffensiva del regime è sembrato in grado di mantenere il suo carisma di “Guida della Rivoluzione”. Una costruzione simbolica che si basava su due pilastri.

Anzitutto le dichiarazioni del Raìs: “Gheddafi: In piazza dei criminali sono drogati istigati da Bin Laden” (la Repubblica, 25 febbraio); “Gheddafi: Ho costretto l’Italia a scusarsi” (Corriere della Sera, 3 marzo); “Gheddafi: mi riprenderò la Libia” (la Repubblica, 3 marzo); “O me o Al Qaeda. L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa” (Corriere della Sera, 7 marzo); “Gheddafi minaccia l’Europa” (la Repubblica 7 marzo); “Gheddafi: Colpiremo obiettivi civili in tutto il Mediterraneo” (Corriere della Sera, 20 marzo); “Gheddafi: Sarà guerra lunga, cadrete come Mussolini” (Corriere della Sera, 21 marzo); “Gheddafi minaccia i ‘crociati’ e Obama rispondo con i droni” (Corriere della Sera, 22 aprile); “Pagherete per l’invio di militari. Gheddafi minaccia l’Italia” (la Repubblica, 22 aprile); “Porteremo la guerra in Italia: le nuove minacce di Gheddafi” (la Repubblica, 1° maggio) “Resterò a Tripoli vivo o morto. Gheddafi sfida la Nato con un video” (la Repubblica, 8 giugno); “Gheddafi: la Nato sarà sconfitta. Gli Usa lo accusano: stupri di massa” (la Repubblica, 18 giugno); “Gheddafi minaccia: invaderò l’Europa come le cavallette” (Corriere della Sera, 2 luglio); “Bombe contro la Tv, 3 morti. Gheddafi: Non mollerò mai” (la Repubblica, 31 luglio); “I ribelli: L’Islam sarà fonte di diritto. Nuovo messaggio di Gheddafi: combattere fino alla vittoria” (la Repubblica, 13 settembre); “L’esercito dei ribelli entra a Sirte. Gheddafi: Sono pronto al martirio” (la Repubblica, 28 settembre).

In secondo luogo una declinazione del racconto dei media occidentali che è andata nella direzione della costruzione di un personaggio “imprendibile”: “Mistero Gheddafi, poi nella notte appare in Tv” (Corriere della Sera, 22 febbraio); “Il bunker, la scorta e il ‘suo’ popolo: così Gheddafi gioca l’ultima partita” (la Repubblica, 21 marzo); “Sfida di Gheddafi dal bunker colpito: Non temo i missili, resto qui” (Corriere della Sera, 23 marzo); “Gheddafi, sfida in SUV dopo i raid” (Corriere della Sera, 15 aprile); “Gheddafi in TV, ma il giallo resta; la Nato bombarda i bunker del raìs” (la Repubblica, 13 maggio).

Il rischio di ripetere con il dittatore libico il difficile percorso di degradazione-nobilitazione-degradazione già avvenuto con Saddam Hussein è implicitamente contenuto nel titolo di un editoriale di Pierluigi Battista, “Ma il processo all’Aja a Gheddafi può trasformarlo in un martire” (Corriere della Sera, 28 febbraio). Tale provocazione, basata in effetti su un ragionamento di più ampio respiro concernente la difficile applicazione delle procedure per crimini contro l’umanità pur previste dal Tribunale Internazionale, si presta ottimamente come chiave di lettura per una storia che, intenzionalmente o meno, si è chiusa al primo atto di un potenzialmente difficile percorso di degradazione simbolica del Raìs. Rappresentato, in stridente contrasto con l’iconografia che il leader libico era riuscito a mantenere almeno parzialmente intatta nei mesi della guerra civile, come un uomo in fuga, che lascia alla storia poche parole piene di paura: “Non sparate, non sparate”. Quali sorprese quest’uomo avrebbe potuto riservare, quali strategie comunicative avrebbe potuto mettere in campo nel corso di un processo internazionale, rimane il vero “Mistero Gheddafi”.

di Christian Ruggiero