I-Sel. L’immaterialismo storico di Sinistra, Ecologia e Libertà

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Chissà se qualcuno della Apple conosce Sinistra Ecologia e Libertà? Magari, se così fosse, tra qualche giorno potremmo vedere affisso sui muri di Roma un manifesto della casa di Cupertino con su scritto: “La Apple sentitamente ringrazia i compagni di Sinistra Ecologia e Libertà per aver preso parte al lutto che ha colpito l’azienda”.
Potrebbe essere questa la risposta ad un manifesto apparso per le strade della capitale col quale la federazione romana di Sel ha dato l’estremo saluto a Steve Jobs.
Il manifesto presenta uno sfondo nero, ovviamente il colore del lutto, ma anche, per tanti anni, uno dei due colori del MacBook, prodotto di punta dell’azienda, sul quale risaltava meglio il logo illuminato della mela morsicata. E infatti, in mezzo allo sfondo del manifesto, c’è proprio il simbolo della Apple, anche se non di colore bianco, ma riempito con i colori e il simbolo di Sel, dove si  legge il nome del leader Vendola.
Sotto la mela il testo: “Ciao Steve”, e poi, ancora sotto, “1956-2011”.
Le morti di personaggi illustri e influenti, specie se premature, sono sempre diventate eventi mediatici, riti collettivi ai quali le persone comuni “hanno sentito” il dovere di partecipare. E la tv più di altri mezzi ha potuto unire persone lontane nella condivisione di questo dolore mediatico.
Fin qui restiamo al livello della società. Con questo manifesto, invece, assistiamo alla partecipazione del lutto da parte della politica. Un elemento, questo, che evidenzia una forte spoliticizzazione della politica stessa e del messaggio di Sel in particolare.
Altro aspetto curioso e paradossale riguarda la semiotica del manifesto, del tutto affine ai manifesti pubblicitari, in particolare a quelli della Apple. Un logo, dall’irresistibile richiamo identitario, e un claim. Proprio i ribelli no global, fedeli seguaci del No Logo di Naomi  Klein, non hanno resistito al fascino di un marchio tra i più trendy, al punto da plasmare il proprio simbolo a immagine e somiglianza della Apple. E’ vero che, confrontando i loghi di Ibm e Apple, Floch aveva scritto: “Di che parla il logo Apple, con la sua mela morsicata e il suo prisma psichedelico? Di disobbedienza all’ordine, e d’una tutt’altra America: quella degli anni Sessanta, dell’esaltazione dell’individualismo e del non-conformismo, della quiete di una spiritualità e di una volontà di vivere in comunità senza essere sottomessi al mondo del denaro” (Floch 1955, p. 91), ma un conto è ciò che un logo comunica, un conto è ciò che un logo nasconde, ossia il naturale perseguimento del profitto, comune ad ogni impresa.
Terzo elemento, l’identità. I militanti di Sel, nel celebrare Jobs e la Apple, vogliono rimarcare il loro sentirsi parte di una comunità che ama distinguersi, alternativa in senso antiegualitario, neoaristocratica, migliore. E’ la tribù delle cuffie bianche, che gesticola sull’Iphone mentre “sfoglia” i quotidiani sull’Ipad. Si assapora, fin troppo facilmente, un sapore radical chic, poco radical e molto chic. Un gusto liberal, molto american, al punto che lo stesso Vendola ha preso le distanze dal manifesto.
Un tempo la sinistra guardava agli interessi materiali delle persone, oggi, una parte di essa, come Sel, si perde nell’immateriale, all’inseguimento di sogni, di emozioni, di narrazioni.
Pochi giorni fa, la tragedia di Barletta, proprio nella Puglia di Nichi Vendola, ha riacceso i riflettori sul dramma delle morti bianche. Ma per alcuni è meglio pensare alla scomparsa dell’inventore del Mac. In fondo è bianco anche lui.

di Francesco Marchianò