Il mito della Padania nella comunicazione delle due Leghe

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Il 30 Settembre scorso Giorgio Napolitano, durante un intervento all’Univesità di Napoli, ha rivolto parole molto dure nei confronti delle spinte secessioniste della Lega Nord, negando l’esistenza di un popolo denominato “padano”. Riferendosi in particolare al linguaggio degli esponenti leghisti il Capo dello Stato ha affermato: “Quello che si sente è spesso un incoraggiamento ridotto al minimo anche dal punto di vista dell'espressione verbale, grida che si elevano in quei prati in cui non c'è il popolo padano, ma una certa parte del corpo elettorale. Che ha scarsa conoscenza di alcune cose, tra cui l'Articolo 1 della Costituzione”. Le dichiarazioni del Presidente della Repubblica hanno suscitato numerose polemiche che necessitano una riflessione dal punto di vista scientifico per quel che concerne l’aspetto comunicativo.

Nonostante l’inesistenza di una terra padana sembri essere evidente dal punto di vista storico,  altrettanto evidente appare il successo che l’utilizzo di questa strategia retorica ha suscitato negli ultimi diciasette anni. Dai successi elettorali della Lega, dal consenso popolare intorno all’argomento e dalle numerose polemiche suscitate in occasione del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, questa creatura mitologica dell'entourage leghista sembra guadagnare uno statuto di esistenza. Se infatti nella cartografia aggiornata è impossibile ritrovare un riferimento al luogo geofisico che rappresenterebbe la leggendaria terra, la Padania esiste di fatto nella retorica della Lega nella misura in cui si è dimostrata imponente catalizzatore di sentimenti di protesta.

Lungi dal voler ricercare un concreto riferimento morfologico infatti, il discorso leghista ha costruito tale immagine imponendola come summa di un localismo xenofobo ed anticentralista, soluzione estemporanea al declino di una società arcaica dei padri ormai sempre più minaccia dall'avanzare della barbarie. Una vera e propria linea comunicativa che ha permesso al movimento lombardo di erodere sempre più spazio all'interno dello scenario politico, divenendo di fatto componente essenziale di tutti i governi Berlusconi. Come scrive Ilvo Diamanti: “ la rivendicazione indipendentista, serve dunque alla Lega : a) per marcare la distanza fra sé e tutti gli altri partiti, in una fase in cui l’idea federalista, da tutti evocata, non ha più alcun riscontro concreto; b) per recuperare sui mass-media la centralità perduta nel sistema politico; c) per restituire centralità alle questioni connesse all’organizzazione e all’identità territoriale; d) soprattutto, per segnare il suo territorio virtuale, la ‘patria’ che intende costruire e rappresentare: il Nord” (Diamanti, 1996 pp. 75-76).

Sin dagli albori della Lega Lombarda infatti, Umberto Bossi, secondo Giulia Missale Frey (1995, p. 141) “si esprime come l’italiano lavoratore, poco colto, usa il cosiddetto linguaggio da bar, che è proprio quello che i potenziali elettori vogliono sentire. La gente si indentifica con questo tipo di linguaggio estremamente semplice e pensa ‘Bossi è uno di noi’ e perciò gli dà fiducia”. Parole d'ordine come “rivoluzione”, “secessione”, “questione settentrionale”, appartenenti in primo momento esclusivamente al discorso leghista, sono divenute oggi comuni nel linguaggio dei media generalisti; come sottolinea ancora Diamanti (1993), questo processo si è verificato conseguentemente alla lento passaggio che ha portato la Lega a trasformarsi da movimento territoriale, portatore di istanze ultra-particolaristiche, a partito di governo.

Soggetto politico estramente leaderistico, come la maggior parte dei movimenti, la Lega si è sempre mostrata unita e compatta dal punto di vista comunicativo, ponendosi – in tutte le sue componenti – come cassa di risonanza attraverso la quale le parole del capo venissero ribadite, sottolineate, normalizzate e, qualora fosse stato opportuno, ridimensionate nella loro carica eversiva. Proprio in questi giorni però, a fronte di un'emorrargia di consensi che ha investito la leadership di Umberto Bossi – e la conseguente affermazione politica di altri soggetti, tra cui, tra i più importanti,  Roberto Maroni – la compattezza comunicativa del partito viene meno proprio intorno all'antico dogma della Padania.

Possono essere dunque lette in questo senso le antitetiche dichiarazioni di alcuni esponenti leghisti all’indomani del discorso in cui Napolitano ha negato l’esistenza di un popolo padano ed ha bollato come “grottesca” la scissione proposta dagli uomini di via Bellerio. Se da un lato il quotidiano “ La Padania” ha riassunto nel titolo “Io esisto e sono padano” il sentimento della base e dei generali leghisti, piccoli movimenti di apprezzamento – o quantomeno non di feroce condanna – arrivano da altri ambienti da poco tempo in frizione con la figura del Senatur. Il sospettoso silenzio stampa del Ministro Maroni è stato accompagnato dalle parole di Flavio Tosi, il neo sindaco di Verona che ha definito l’esistenza della Padania un “mero esercizio filosofico”, macchiandosi in tal modo della più grave delle blasfemie comunicative all’interno dell’universo semantico del leghismo: la negazione del mito delle origini.

Quello che alcuni osservatori definiscono il fronte maroniano sembra affermarsi attraverso una strategia che tende a distaccarsi dalle posizioni più oltranziste del primo periodo antisistemico, mostrando al proprio elettorato un partito – o una parte di esso – istituzionale e perfettamente inserito nell’attuale assetto repubblicano ed unitario. Una vera e propria rivoluzione che prima di imporsi dal punto di vista organico dimostra la sua forza attraverso le dichiarazioni discordanti dei propri uomini nei confronti dell’ortodossia leghista. In questa guerra di posizione, fatta di politica e comunicazione, la prima colonna da abbattere con astuzia sembra proprio essere il tanto discusso principio di “autodeterminazione” del “popolo” padano ed il suo diritto alla secessione dall’Italia. Che il tutto si risolva in una frattura piuttosto che in un più realistico cambio di potere è tutto da vedere, ma il dato più evidente è che a fronte di un diffuso malcontento della base nei confronti dei propri rappresentanti, il messaggio tende a modularsi attraverso nuove idee e parole d’ordine.

di Mattia Gangi