Il “comico della politica” non fa più ridere

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Nel 2006 disse che non ci sarebbero stati “così tanti coglioni” da votare Prodi. E perse. Qualche giorno fa, dal salotto di Porta a Porta, ha dichiarato che De Magistris e Pisapia avrebbero perso poiché gli elettori non sarebbero andati in seggio “lasciando a casa il cervello”. E ha perso. Nel 2006 il centrosinistra si stabilì a Montecitorio in un crogiolo di antiberlusconiani. A Napoli e a Milano, senza dimenticare le imprese insperate di Novara, Cagliari e Trieste, si sono imposti dei candidati sicuramente diversi da quelli a cui sono abituati gli italiani. E, per questo, sono stati entrambi definiti, estremisti e populisti.

Nella città meneghina, la campagna elettorale è stata inaugurata dai celeberrimi, per quanto indecorosi, manifesti antimagistrati, rivendicati dal candidato consigliere Pdl Roberto Lassini. Le locandine recitavano “Via le Br dalle procure”. Il sindaco uscente Letizia Moratti, in dirittura d’arrivo e con un colpo basso, ha accusato il suo avversario di essere stato condannato per furto d’auto. Notizia falsa. Poi, gli attacchi dall’asset Pdl-Lega. “Promotore della stanza del buco” (Ignazio La Russa, ministro della Difesa); per Bossi “Milano con Pisapia diventerebbe una Zingaropoli”; “in Parlamento ha fatto solo leggi per i terroristi, gli estremisti, o per l’eutanasia” ha ribadito Berlusconi.

Nella città partenopea, invece, il candidato sorprendente è stato l’ex pm ed eurodeputato Luigi De Magistris. Dopo aver più volte richiamato il Pd e Sel ad una giusta riflessione che avrebbe portato il suo nome contro quello di Gianni Lettieri, e vedendosi inascoltato, il delfino di Di Pietro ha deciso di farsi supportare dalle liste civiche. Il risultato ha il profumo dell’impresa. Berlusconi lo ha definito “un agitatore politico, un demagogo, un incapace totale, un bell’uomo, (che) piace magari alle donne, sa mostrarsi, ma non ha nessuna sostanza”; per Nicola Cosentino l’ex magistrato è “un Bin Laden alle vongole”, mentre Lettieri ha parlato del suo avversario come un “Masaniello forcaiolo”. Sul fronte Napoli, va aggiunto che, contrariamente a Pisapia, De Magistris non ha risposto alle offese con savoir faire, ma ha cavalcato l’onda e ne ha dette di tutti i colori sia contro il suo avversario sia contro tutte le forze politiche nazionali, comprese quelle che si sono schierate, alla fine, dalla sua parte.

La colpa della debacle della maggioranza potrebbe essere attribuita alla debolezza dei candidati (teoria del premier trapelata dopo una riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl, subito smentita da Paolo Bonaiuti), dal malgoverno del centrodestra (che spiegherebbe le disfatte di Cagliari, Trieste e Novara), dall’aumento dell’astensionismo. E se, invece, tutto questo fosse la dimostrazione dell’esistenza di un popolo bisognoso di rinnovamento della Governance italiana che non si limita a manifestare al fianco degli Indignados, ma crede ancora nella sovranità popolare sancita dall’art.1 della Carta Costituzionale e con il voto adempie al proprio dovere civico? E se il risultato dei ballottaggi fosse effettivamente un rifiuto forte al berlusconismo, stando al referendum pro o contro il premier, tanto evocato dal presidente del Consiglio?

In molti hanno incolpato perfino l’aggressività del Pdl in questa campagna elettorale, dimenticando che Berlusconi è l’emblema della “Politica Pop” (Mazzoleni, Sfardini, 2009) dell’ultimo ventennio, un imprenditore che ha basato la sua ascesa politica su un continuum di attacchi mediatici serrati e, a volte, folcloristici contro la magistratura “cancro” e le istituzioni “politicizzate”, il sistema mediatico “terrificante”, “fazioso” e basato su una “disinformazione istituzionalizzata” e la sinistra “comunista”, “la più impresentabile del mondo”. Gli esperti hanno, forse, dimenticato che il Cavaliere è il "campione del populismo aggressivo, (che mira a) catturare il consenso con ritrovati in prevalenza emozionali", rappresentazione di una “politica odierna che si è sbarazzata dell’ideologia per aggrapparsi a un elettore mediano assai pigro, visto come un fruitore di qualsiasi messaggio e gettato nella sua condizione atomistica” (Prospero, 2010).

Il capo di Governo, meno di una settimana fa dalla poltrona di Bruno Vespa, ancora si esaltava per un amore degli italiani che, presumibilmente con questo voto, hanno dimostrato di non provare più. Il premier, su Rai1, ancora parlava di “intrattenimento delle folle” e ha cantato da un palco, al fianco di Lettieri, convinto che la “telecrazia” (Colombiani 1994), o la “televisionizzazione della politica” sia ancora attuale in un Paese la cui economia crolla a picco, la cultura viene discriminata ed insultata eppure ci si interessa soltanto degli affari del capo.

Ca va sans dire, De Magistris e Pisapia, da domani, dovranno confrontarsi con i problemi reali di due capitali, due città immense e immensamente problematiche da gestire e, forse, non riusciranno a mantenere le promesse. Tuttavia, facendo un ragionamento più a largo raggio, il segnale che arriva forte e chiaro è che l’Italia sta cambiando e, chissà, che il berlusconismo non cominci a scricchiolare.

di Gaetano Pepe