Il resistibile fascino dell’Oltre

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Nei giorni dedicati ai festeggiamenti per i 150 anni dello Stato italiano, il Partito democratico ha lanciato una campagna di comunicazione che vede Pierluigi Bersani nuovamente protagonista di una serie di manifesti affissi nelle strade d’Italia.

La serialità dell’operazione è implicita. Come nelle affissioni dello scorso settembre, il segretario del Pd presta la sua faccia ad un’operazione di marketing che punta ad attirare l’attenzione dell’uomo della strada. L’approccio grafico è lo stesso: layout minimalista, cromatismo in bianco e nero, Bersani ritratto in camicia, con le maniche rigorosamente rimboccate. Il messaggio, ancora una volta, è chiaro: niente fronzoli, né effetti speciali, la proposta politica è all’insegna di una sobrietà quasi austera ma concreta. La differenza della leadership bersaniana, sembra sottintendere il manifesto, sta nel badare al sodo senza concessioni alla spettacolarità variopinta e patinata tipica del modello Berlusconi.

A settembre, come a marzo, il frame di riferimento è analogo. È lo stesso Pd, nella sezione “Comunicazione” del proprio sito, a rivendicare esplicitamente la serialità dell’iniziativa. “Nuovi manifesti per il Pd” recita la news. C’è, però, una significativa variazione sul tema: “Dopo la campagna con lo slogan ‘Rimbocchiamoci le maniche’, questa volta il tema del Pd è l'andare ‘oltre’”.

Il fulcro della nuova campagna del “Bersani in maniche di camicia” sta, dunque, nel riferimento all’idea di un superamento, attraverso un movimento in avanti. Il topic poggia, insomma, su una “metafora spaziale”, strumento classico della retorica frequentemente utilizzato in politica per organizzare i pensieri e rendere più immediata la comprensione di concetti complessi (Rigotti, 1989: 85-86). Come spesso accade nel linguaggio politico, il termine “oltre”, con la sua indeterminatezza semantica, ha qui la funzione di catalizzare negli osservatori un’associazione impressionistica in grado di far leva sulle emozioni e mobilitare all’azione. 

Nell’immaginario della politica moderna l’idea di oltre rimanda, prima di tutto, all’oltreuomo di Nietzsche, lo Übermensch su cui la vulgata nazista ha ricalcato la figura dell’homo novus ariano. Ma questo riferimento, oscuro ai più, è certamente preterintenzionale negli autori del manifesto. 

Meno oscuro, perché più vicino alla storia recente del Pci-Pds-Ds è invece un altro “oltre”. Sin dalla svolta della Bolognina dell’89 l’esortazione ad andare oltre, oltre il comunismo e il socialismo, oltre la socialdemocrazia europea, è un refrain che si riaffaccia periodicamente nel discorso della sinistra postcomunista italiana. L’oltrismo, il nuovismo, l’obiettivo di oltrepassare le tradizioni politiche consolidate per offrire un nuovo approdo al progetto progressista hanno caratterizzato il discorso occhettiano negli anni della crisi di sistema che ha preceduto l’avvento di Berlusconi (Prospero, Gritti, 2000).

La strategia politica di Bersani è diversa, per certi versi opposta: la ricostruzione di un solido radicamento identitario e sociale nel mondo del lavoro è la scelta, tipicamente socialdemocratica, su cui si fonda il suo mandato di segretario. Tuttavia, se è vero che le parole usate dai politici “esprimono in forma concentrata quei particolari significati e sentimenti che i membri di un gruppo creano e, interagendo, avvalorano” (Edelman, 1987, 75) pronunciare la parola oltre significa pur sempre, per il centro-sinistra italiano, condensare in un simbolo linguistico prospettive di incertezza e esperienze di insuccesso. 

La ricomparsa dell’oltre coincide, poi, con il ritorno della comunicazione triste proposta involontariamente nel 2008 da Veltroni nel tentativo di liberare la politica da qualsiasi elemento di spettacolarizzazione e, in questo modo, rendere credibile la diversità della sinistra che si opponeva, nelle forme e nei contenuti, al berlusconismo (Genga, Laurano, Ruggiero, 2009: 125; Rega, Ruggiero, 2010: 111-157). 

La tristezza che caratterizza la nuova campagna di affissioni di Bersani si esprime a diversi livelli. Intanto, a colpo d’occhio, la foto in bianco e nero, più che esprimere la vocazione neorealista della leadership, trasmette una sensazione generale di austerità tetra e incolore, di tragicità prossima alla mestizia. Imponente, sullo sfondo, si staglia la scritta oltre, termine su cui, come detto, gravano connotazioni di significato che rimandano all’incertezza e all’insuccesso. Gli stessi slogan, poi, paiono ricalcare la retorica veltroniana del 2008. Il binomio tra “Oltre l’egoismo c’è una mano tesa” e “Oltre le divisioni c’è l’Italia unita” sprigiona il pathos solidale caratteristico del cosiddetto buonismo. L’accostamento tra “Oltre la crisi c’è il coraggio delle imprese” e “Oltre la precarietà c’è la forza del lavoro” implica la ricerca di una conciliazione tra posizioni socioeconomiche opposte, che nell’ottica del maanchismo veltroniano avrebbe traghettato l’Italia al sicuro, oltre le difficoltà vissute in 15 anni di brutta politica.

Il fascino apparentemente irresistibile di una svolta in grado di sbloccare l’immobilismo del paese andando oltre Berlusconi si infrange, dunque, sullo scoglio di un termine che evoca, seppure a livello subliminale, la transizione fallita nei primi anni ’90 e la sconfitta elettorale del 2008. E il doppio spettro dell’insuccesso passato non sembra una premessa incoraggiante su cui costruire la comunicazione del presente e del futuro.

di Nicola Genga