Un generale parla del futuro del mondo

Il generale Dan Halutz è ex capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano, che ha guidato dal 1° giugno 2005 al 17 gennaio 2007, quando ha lasciato l'incarico. Ha fondato questa sua decisione su «valori profondamente radicati, fortemente etici, di lealtà all'organizzazione e integrità». Sulle sue modalità di gestione dei conflitti, spesso sono state sollevate critiche, la principale delle quali nella commissione d'inchiesta sul conflitto tra Israele e Libano del 2006. Promossa dal giudice israeliano di Corte Suprema Eliyahu Vinograd, essa ha infatti rilevato numerose prove di cattiva condotta delle operazioni, anche da parte del primo ministro Ehud Olmert. La carriera di Halutz si è svolta nell'aeronautica, dal 1966, anno che lo vide entrare nell'Air Force israeliana. È stato il secondo capo di Stato Maggiore proveniente da quest'ala dell'esercito.

Sebbene il suo carattere duro e la sua freddezza siano stati posti all'attenzione dei media internazionali, in questo colloquio con gli studenti ha promosso valori positivi: trasparenza, imprescindibilità di una negoziazione pacifica, libertà di comunicare.
Quando gli si è chiesta la sua opinione sul punto di vista dei media europei in merito al processo di pace, ha risposto che ne parlano «in modo non bilanciato: non sembra esserci interesse a conoscere le vere storie e i fatti che realmente si verificano; si ha l'amplificazione di un solo punto di vista, certo, non esclusivamente, ma principalmente». Più in dettaglio, la sua lettura del conflitto arabo - israeliano non ha lasciato spazio ad equivoci: «le negoziazioni per la pace tra israeliani e palestinesi non sono iniziate ieri, gli accordi di Oslo di Rabin sono stati rifiutati. Si ha il rifiuto di compromessi da parte palestinese, ma Israele vuole vivere in pace, bisogna capirlo. C'è però il bisogno di costruire una fiducia che non c'è, che è logora, vista la tendenza a delegittimare Israele e il suo diritto a difendersi. Il problema è che l'accordo è firmato dai leader, mentre la pace deve essere affermata dalle persone. Perciò, bisogna sì recepire un accordo, ma poi lavorare molto per creare un'atmosfera pacifica; per arrivare ad accordi, non si può pretendere di pagare qualsiasi prezzo, è un fatto che non accetterebbe nessun paese al mondo».
Rispetto alle modalità per il raggiungimento di un accordo, Halutz ha affermato il valore della trasparenza, che può rendere più complesso il processo decisionale, ma alla fine rinforzarne la validità: «Più c'è trasparenza, più è difficile regolamentare una situazione, perché sta tutto sul tavolo: decisioni, processi. Preferirei comunque questo approccio. Ma così è tutto più complesso e la democrazia richiede un grande impegno, perché non si sarà eletti la volta successiva se si sbaglia; ci sono perciò molti più fattori da tenere in considerazione. Se chi non è trasparente lo diventasse, ci sarebbe la possibilità di un sistema politico differente». Le argomentazioni del generale si sono spinte ben oltre quanto ci si potrebbe aspettare da chi ha un ruolo quale la fredda esecuzione di operazioni militari: «Trasparenza significa che si ha il diritto ad esprimere le proprie idee, a scrivere ciò che si vuole, ad accettare o rifiutare idee. Non è erroneo dire che nessuno dei 22 stati musulmani sia democratico. Parte determinante di una società trasparente sono i media liberi e indipendenti, in cui c'è libertà di esprimere se stessi. Questa libertà è un diritto umano fondamentale».
Netta l'opinione del generale sulla condizione dell'Iraq: «secondo me è difficile pensare che ci siano chance di creare democrazia in una società costruita sugli sgambetti reciproci. Bisognerebbe comprendere bene il senso di questa parola: è molto difficile pensare allo sviluppo della democrazia, in una società come quella irachena, divisa in tre comunità (sciita, sunnita, curda). A mio avviso, alla fine si potrà vedere, nel miglior caso, una federazione tripartita, oppure una nuova dittatura, ma non una democrazia».

di Massimiliano Nespola