Il Cavaliere e il Conduttore

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Abbiamo già riflettuto sulla peculiare strategia adottata da Silvio Berlusconi nei confronti della presunta partigianeria dei talk italiani, prima di tutto Ballarò, nel trattare tematiche sensibili per la governance del paese. Il 27 ottobre scorso, intervenendo in una puntata dedicata alla giustizia, il Premier aveva “chiuso” forzosamente il dibattito intervendo in chiusura di trasmissione, e lasciando il conduttore nella difficile condizione di “far dialogare” il suo intervento con le posizioni degli ospiti presenti in studio, di rimettere in moto in extremis il meccanismo dello spettacolo della parola, che del dibattito appunto, e non di monologhi si nutre (Pezzini, 1999).

L’intervento del 1° giugno rappresenta una rottura ancor più radicale con la grammatica del talk: rispetto all’ottobre scorso, Berlusconi rinuncia sia alla (ridotta) interazione garantita con il conduttore, sia allo scambio di battute, per quanto vivace, con gli ospiti - e nello specifico con Rosy Bindi. Dopo il suo speech, attacca il telefono, forma quantomai radicale di rottura del patto comunicativo con i suoi interlocutori, con la trasmissione, con il mezzo televisivo. Una parte della strategia del Cavaliere è sufficientemente chiara, e sembra rimandare a una radicalizzazione del concetto di campagna permanente (Norris, 2000) che implichi la necessità di tenere alto il tasso di drammatizzazione (Pasquino, 2002) dello scontro politico anche al di fuori del periodo elettorale. Quel che risulta meno chiaro è il vantaggio che il Premier possa trarre in termini di appeal da una strategia di delegittimazione dell’avversario molto peculiare, che non passa per il silenzio né per l’attacco dialettico, ma per una forma sui generis di blitzkrieg che Floris ha buon gioco a rimandare agli scherzi telefonici fatti da ragazzo.

Ma la battuta sugli scherzi telefonici non rappresenta l’unica contromisura che il mediattore Floris riesce a mettere in campo di fronte all’attacco imprevisto alla sua trasmissione e ai suoi ospiti fissi - oggetto del contendere questa volta è l’affidabilità dei sondaggi Ipsos e dunque la professionalità di Pagnoncelli. In luogo di un imbarazzata ironia nei confronti del ruolo dei ministri La Russa e Alfano, che il quel 27 ottobre avrebbero potuto difendere le ragioni del partito anche senza l’intervento del leader, Floris è pronto a stigmatizzare la rottura delle regole minime dell’interazione televisiva da parte di Berlusconi - e non solo non cerca, ma evita il coinvolgimento di Tremonti. In luogo di una sorta di autodifesa della decisione di aver accettato la chiamata del Cavaliere, difende la dignità e la professionalità dei suoi ospiti - e invoca la difesa dell’idea stessa di politica e dell’immagine che della politica arriva agli spettatori attraverso lo schermo. Elementi che, nella misura in cui magnificano il suo ruolo di conduttore, disinnescano almeno in parte la strategia provocatoria del Cavaliere.

di Christian Ruggiero